Tristram Potter Coffin. (a cura di).

MITI E LEGGENDE 16: Giustizia Divina.


Titolo originale: The Enchanted World 16: Magical Justice. 1986
Traduzione e adattamento di: Federica Angelini.
1998 Hobby & Work Italiana Editrice, Bresso (MI).
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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In questa ricca collana viene presentata una lunga serie di miti e delle leggende pi o meno note e diffuse per la gioia di grandi e piccini.
In questo volume: Giustizia Divina. Non si pu sfuggire al proprio destino. Prima o poi la lunga mano della giustizia divina raggiunge chiunque. Non c' scampo per nessuno e neppure la magiao l'inganno possono cambiare il fato..
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Il Curatore.
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Tristram Potter Coffin, Consulente capo della collana,  docente di inglese presso l'Universit della Pennsylvania ed esperto in letteratura popolare.
 autore di numerosi libri e di pi di 100 articoli.
Tra le sue opere pi note ricordiamo: The British Traditional Ballad in North America, The Old Ball Game, The Book of Christmas Folklore e The Female Hero.
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Indice.
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Capitolo Uno.
Il Codice delle Leggi.
Una Corte Pericolosa.
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Capitolo Due.
La Ruota della fortuna.
Viaggiatori dell'Eternit.
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Capitolo Tre.
I Mediatori.
Una Giustizia senza Appello.
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Fine Indice.
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Capitolo Uno.
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IL CODICE DELLE LEGGI.
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Tanto tempo fa, il mondo degli esseri umani era separato dall'abisso della malvagit e della dannazione da un velo sottilissimo, fragile e invisibile. Il regno abitato dai demoni e da mostri di ogni specie era talmente vicino che qualsiasi mortale poteva sbirciarne i segreti e inalarne le esalazioni mefitiche.
 Di conseguenza, le donne e gli uomini temevano che le forze del caos potessero invadere il loro mondo e aspiravano a un ordine e a un'armonia gerarchica in cui ogni entit - animale, vegetale, minerale o spirituale - ricoprisse un ruolo ben definito. Per proteggere il mondo dalle forze del male, gli esseri umani costruirono un baluardo di leggi che regolava ogni aspetto della loro vita, Questo codice era come una rete di sicurezza dove s'intrecciavano diversi elementi che andavano dal buon senso alla bont d'animo, dall'interpretazione del volere divino da parte dei sacerdoti alle imposizioni volute lai re per perpetuare il proprio potere e a tutti quei precetti tradizionali che affondavano le loro radici nella notte dei tempi.
Le leggi, in origine, venivano trasmesse ttrverso i racconti dei narratori e i canti dei bardi. Affinch i contenuti dei loro racconti si scolpissero meglio nelle menti degli ascoltatori, i cantastorie narravano di leggendarie e cruente punizioni che ben esemplificavano i rischi cui andava incontro chi osava discostarsi dal codice delle leggi.
Protagonisti di questi racconti erano quasi sempre i re e le regine, in quanto la gente amava farsi narrare la lussuosa vita di corte, i tesori, gli abiti meravigliosi, i lauti banchetti e i vari intrighi che venivano celati dalle mura dei castelli; inoltre, questi racconti avevano l'importante scopo di illustrare la potenza del codice delle leggi e servivano a dimostrare anche che nessun potente era esonerato dai doveri morali e la giustizia doveva essere uguale per tutti.
Altre storie narravano invece la vita degli umili, di quei poveri contadini che si distinguevano per la loro generosit. Le loro buone azioni venivano puntualmente ricompensate e i poveretti si ritrovavano cos ricoperti d'oro e gioielli oppure elevati dai tuguri in cui vivevano a meravigliosi castelli, dove finivano con lo sposare principesse o regine.
Per i malvagi, invece, i castighi erano durissimi e potevano comportare la gogna o una morte lenta e dolorosa. In realt, malgrado i dettagli macabri e spaventosi, queste storie avevano un forte ruolo consolatorio: chi le ascoltava poteva pensare che la crudelt ricevesse sempre una punizione adeguata e che i tiranni non potessero farla franca. Se nel mondo reale una giustizia cos equa non era sempre garantita, di certo lo era nel mondo dei miti e delle leggende.

Il Mulino Generoso.
In passato, i bardi insegnavano che tutti i mortali erano tenuti a comportarsi correttamente e a far del bene ai propri simili. I re avevano anche maggiori responsabilit, e quando non seguivano un comportamento retto e giusto o abusavano del loro potere, l'intero universo veniva messo in grave pericolo. Tuttavia, non sempre i sovrani si rivelavano all'altezza del loro ruolo.
Nei grandi saloni dei nobili norvegesi, i poeti erano soliti raccontare la storia della rovina di Frodi, un re che govern in Danimarca nei tempi in cui i Vichinghi erano temuti in tutto il mondo conosciuto, dall'Irlanda a Bisanzio.
Nei primi tempi del suo regno, Frodi era stato assistito dalla fortuna: il suo popolo era prospero e felice, il bestiame era grasso e in salute e le reti da pesca venivano raccolte sempre piene di pesci.
Inoltre, cosa allora insolita, il suo regno viveva in pace. Nessun esercito nemico minacciava di invadere i suoi territori, nessuna galera sconosciuta appariva all'orizzonte, nessuna banda di briganti andava in giro per le campagne portandosi via i bambini dagli occhi blu per rivenderli nei mercati di schiavi delle terre lontane.
L'unico nemico giurato di Frodi era un re chiamato Mysinger. I due si odiavano profondamente, anche se nessuno ricordava pi il motivo di tanto astio. Fortunatamente, per, il regno di Mysinger era molto lontano dalla Danimarca ed era troppo povero per potersi permettere un esercito o una flotta.
Malgrado questa situazione cos favorevole, Frodi non condivideva la gioia dei suoi sudditi perch un'idea fissa lo rodeva come un tarlo, senza abbandonarlo mai. Tra le sue incalcolabili ricchezze c'era anche un enorme mulino, con due grandi macine in pietra che si diceva fossero dotate di poteri magici. Frodi, per, stranamente non riusciva a trarne alcun beneficio e la cosa lo faceva soffrire tremendamente.
Secondo alcune voci, quelle macine erano state trovate nell'aldil e portate in questo mondo da un vento appositamente creato dalle streghe che comandavano il tempo. Altri sostenevano che si fossero formate con la lava che era colata dalle pendici del monte Hekla, il cancello settentrionale dell'inferno.
Qualsiasi fosse la verit, non si trattava certamente di macine comuni. Invece di trasformare il grano o l'orzo in farina e cibo, si diceva che potessero macinare argento, oro, felicit o qualsiasi altra cosa desiderasse il mugnaio.
Le macine, per, erano talmente pesanti che n Frodi n il pi robusto dei suoi nobili aveva la forza necessaria per farle ruotare, e cos il magico strumento rimaneva immobile e inutile, buono solo a raccogliere polvere e leggende.
Un giorno, Frodi intraprese un viaggio attraverso le fredde acque dello Skagerrak per una visita ufficiale a suo cugino, il re di Svezia. Mentre i due cugini erano a pranzo e bevevano boccali su boccali di idromele, alcuni soldati del re svedese si presentarono al sovrano con il bottino ricavato da un attacco ad alcune navi straniere. Tra i vari tesori esposti c'erano anche due ragazze di almeno tre metri d'altezza. I capelli rasati e le tuniche di lana grezza e non tinta erano segno della loro condizione di schiave, ma i loro occhi scuri brillavano di una luce che non aveva nulla di terreno. Frodi rimase ammirato dai loro muscoli perfetti e si convinse che le due straniere fossero la sua ultima speranza per far funzionare il mulino.
Il re svedese, reso particolarmente generoso dal troppo idromele, offr in dono a Frodi le due gigantesse scherzando sugli strani gusti del suo cugino danese in fatto di donne. Frodi accett il regalo con un discorso pieno di falsit e ipocrisia per non rivelare le sue reali intenzioni; sempre con una menzogna si conged, dicendo che, contro il suo volere, importanti affari di stato lo richiamavano in patria.
Quella stessa notte le gigantesse, che si chiamavano Menia e Fenia, furono legate e caricate sulla nave di Frodi, la cui prua era a forma di drago. L'imbarcazione prese immediatamente il largo, e una volta approdati in Danimarca Frodi condusse subito le schiave al mulino. Senza nemmeno lasciare che si riposassero un poco o che mangiassero un boccone, ordin loro di far girare le macine.
Abituate a obbedire, le due donne si misero al lavoro senza lamentarsi e, proprio come Frodi aveva sperato, riuscirono in ci in cui tutti a corte avevano fallito. Con uno sforzo enorme, afferrarono le pietre, vi appoggiarono il loro considerevole peso e riuscirono a farle girare. Proprio come diceva la leggenda, dal mulino cominci a uscire ogni tipo di bene per Frodi e il suo popolo: pace, prosperit e ricchezze senza fine.
Dopo poco tempo per, ci si rese conto che quello strumento poteva portare con s anche molti guai. Il re infatti, che continuava a chiedere sempre di pi alle due povere gigantesse, cominci a trascurare gli affari dello stato, dimenticandosi di emanare editti e leggi, trascurando anche la giustizia e i processi. Era perennemente concentrato a inventare sempre nuove richieste da rivolgere al mulino magico.
Nel frattempo, accompagnandosi con dei canti che le aiutavano a tenere il passo del lavoro, Menia e Fenia continuavano a macinare senza sosta. Il loro sudore aveva ormai inondato la stanza del mulino in cui si trovavano. Pregarono Frodi di farle riposare, ma lui rifiut ordinando loro di continuare a lavorare. La sua voce le feriva come una frusta sulla schiena. "Gli schiavi" Frodi ripeteva loro "esistono solo per obbedire agli ordini del padrone e io vi far lavorare come e quanto vorr".
Menia e Fenia erano gigantesse, ma non erano fatte di ferro. Le loro mani cominciarono a sanguinare e a ricoprirsi di vesciche, i colli a irrigidirsi e le schiene a piegarsi per la fatica. Chiesero ancora che fosse loro concesso un momento di respiro. Frodi sorrise e rispose: "Potrete fermarvi quando gli uccelli avranno smesso di cantare". Era, per, l'estate nordica, la stagione in cui la luce non tramontava e il canto degli uccelli non cessava mai. Ancora una volta le gigantesse implorarono un po' di riposo.
Forse perch nate e cresciute in schiavit, Menia e Fenia erano incapaci di ribellarsi apertamente. La vita e la ricchezza dei regni nordici dipendeva in gran parte dalla docilit di un vasto esercito di schiavi che accendeva i fuochi, lavorava i campi, tesseva gli abiti e si prendeva cura dei bambini. In quelle menti educate solo all'obbedienza e alla sottomissione non poteva formarsi l'idea della ribellione e Fenia e Menia non facevano eccezione. Se la rivolta era per estranea ai loro pensieri, non lo erano certo la rabbia e l'odio.
Un giorno, un lampo brill contemporaneamente nei loro occhi: la stessa idea di vendetta aveva attraversato le loro menti.
Avrebbero obbedito al padrone, il quale voleva che continuassero a macinare senza
sosta, ma lo avrebbero fatto secondo la loro volont. Le pesanti pietre continuarono a nuoversi lentamente, ma non avrebbero pi prodotto beni terreni.
Adesso Menia e Fenia macinavano orrori di ogni tipo: povert, pestilenze, miseria, fame, guerra, dolore e carestia. Le due gigantesse producevano le piaghe che uccidevano il bestiame, le malattie che indebolivano gli uomini, le liti violente che si concludevano nel sangue.
La siccit che proveniva dalle macine crep la ormai arida terra danese, che venne poi sommersa da enormi inondazioni. I focolari si spegnevano mentre le case e granai andavano a fuoco e i pianti e le urla dei funerali risuonavano per tutto il regno.
Quando il re intim alle due schiave di fermarsi, il rumore delle macine sopraffece i suoi comandi e le due donne continuarono a lavorare. Non stavano disobbedendo, semplicemente non potevano sentire il loro padrone.
Menia e Fenia macinarono poi una flotta di navi nemiche,
macchine costruite per terrorizzare i pacifici abitanti delle coste. Le prue avevano la forma di leoni minacciosi, le vele erano del colore del sangue e ai lati, come fossero dei ricci marini, avevano file di spine. Accolte con stupore e poi con gioia dagli abitanti, queste armi apparirono in tutti i porti del regno di Mysinger, il vecchio nemico di Frodi.
Mysinger non si fece domande sulla provenienza di quel dono misterioso poich da troppo tempo sognava il giorno in cui avrebbe potuto attaccare il compiaciuto Frodi. Forse pens che le navi da guerra fossero l'esaudirsi di una vita di preghiere; forse aveva letto una profezia, scritta in caratteri runici, secondo cui era giunto il suo momento di gloria.
Mysinger radun i suoi uomini, richiamandoli dai loro campi poveri e aridi e dalle loro reti vuote, e li prepar alla battaglia. I bardi, obbedendo agli ordini del re, cantavano le storie sull'origine dell'odio tra i clan di Frodi e di Mysinger esaltando il valore della battaglia e inneggiando a una sanguinosa vittoria contro l'odiato nemico. Mani che avevano conosciuto solo l'aratro o la barra del timone adesso non vedevano l'ora di impugnare la spada, la lancia o la scure.
Spinta dai venti favorevoli macinati dalle gigantesse, la flotta raggiunse in poco tempo le coste del regno di Frodi. Aiutato poi dalle dense nebbie - anch'esse frutto del lavoro delle gigantesse - l'esercito nemico riusc a sbarcare senza problemi e a prepararsi per un attacco a sorpresa.
Molti danesi furono massacrati nei loro letti, molti morirono cercando di difendersi mentre i pochi sopravvissuti furono ridotti in catene e portati via per essere venduti come schiavi.
Frodi mor sotto la spada di Mysinger con il segno dell'aquila di sangue tatuato sulla schiena.
Mentre gli uomini di Mysinger saccheggiavano i villaggi della costa, il re vittorioso entr nel castello in cui Menia e Fenia lavoravano alle macine. Ben presto cap che le vere autrici della sua fortuna erano le due ragazze giganti, forse perch dal mulino stavano ancora uscendo le immagini della devastazione che si abbatteva sul regno di Frodi. Allora Mysinger si rivolse alle due enormi creature dicendo: "Io sono il vostro nuovo padrone e vi ordino di smettere subito di macinare". Con un sorriso radioso, le due interruppero il duro lavoro e ricoprirono il nuovo sovrano di ringraziamenti. Ecco,
finalmente, un padrone con il dono della piet che capiva il bisogno di riposo dei suoi schiavi.
Dopo aver avuto tutte le informazioni sui poteri del mulino magico, Mysinger ordin di caricare le macine sulla pi solida delle sue navi.
A Menia e Fenia non fu comunque lasciato troppo tempo per riposare. Una volta che le galere furono di nuovo in mare, Mysinger decise di usare lo strumento magico per esaudire i suoi desideri, e siccome era un buon sovrano, il suo primo pensiero and al suo popolo e al suo regno.
La pi grande mancanza della sua terra era il sale. Senza sale, il cibo raccolto durante la buona stagione non poteva essere conservato per l'inverno e per questo motivo ogni anno morivano di fame famiglie intere. Ordin quindi a Menia e Fenia di rimettersi al lavoro, l in alto mare dove si trovavano.
Benedicendo il nuovo padrone che le aveva liberate dalle richieste impossibili di Frodi, le gigantesse tornarono volentieri al lavoro. Si stancarono per piuttosto in fretta e chiesero supplichevoli a Mysinger di poter riposare un po'.
Il re, per, le rimprover aspramente: "Avete idea delle privazioni che pu causare l'assenza di sale? Sapete cosa significa veder marcire la carne e il pesce perch non si ha alcun modo di conservarli? Potete immaginare le sofferenze del mio popolo che muore di fame vedendo andare a male i propri beni?". Menia e Fenia tornarono al lavoro scrollando le spalle.
Se il nuovo padrone voleva del sale, del sale avrebbe avuto. Il mulino continu a muoversi sotto le loro possenti mani.
Le schiave lavorarono di gran lena e in una frazione di secondo macinarono tanto sale da poter conservare le scorte del paese per un intero inverno. Dopo pochi istanti, il sale sarebbe stato sufficiente per mettere in salamoia tutti i conigli e la cacciagione e i maiali della terra. Dopo pochi altri, il sale fu sufficiente per far affondare la nave di Mysinger, che non poteva pi reggere tanto peso e che sprofond nei freddi e grigi abissi del mare. Senza una parola di protesta, Menia e Fenia avevano continuato a eseguire gli ordini del loro nuovo padrone e, cos facendo, lo avevano fatto morire sul fondo del mare dove le sue ossa furono spolpate dai pesci e il suo teschio venne incoronato da alghe.
Con la nave, affondarono anche Menia e Fenia, che non smisero per di ruotare le macine. Fecero quello a cui erano da sempre state abituate: continuarono a obbedire al loro padrone fino a ordine contrario. Mysinger non poteva dare pi nessun ordine e cos le due schiave continuarono a macinare sale per l'eternit, rendendo salate le acque di tutti i mari.

Un Caro prezzo da pagare.
Nelle terre della Scandinavia vivevano popolazioni divise fra loro da montagne, foreste e profondi fiordi. Era una terra dove prosperavano fantasmi dalle forme pi svariate insieme a esseri maligni e vendicativi. Un intero popolo ebbe l'occasione di conoscere la crudelt di una di queste creature grazie alle sofferenze della sua giovane regina.
La ragazza era stata tolta ai genitori ancora bambina ed era stata allevata da una madrina dai modi strani e misteriosi. Le due erano andate a vivere sulle rive di un freddo mare interno, in una casa senza finestre dove le scale non portavano da nessuna parte e i sinuosi corridoi non avevano fine.
La madrina passava il suo tempo cantando a bassa voce versi incomprensibili e facendo strane cose. La bambina la vedeva sussurrare al vento, tracciare simboli runici nell'aria, scolpire immagini di cera per poi gettarle nella grande stufa ricoperta di piastrelle. Talvolta spariva per lunghi periodi senza dare spiegazioni.
La ragazza cresceva tranquillamente malgrado tutte le proibizioni che le erano state imposte: alcune stanze dovevano assolutamente rimanere chiuse e certe parole non potevano essere pronunciate per alcun motivo. Tuttavia, man mano che passavano gli anni, la ragazza cominci a farsi pi irrequieta e a irritarsi sempre pi per queste restrizioni di cui non capiva il significato. Un giorno la madrina le annunci che sarebbe partita per un viaggio; prima di partire, come sempre, le proib di aprire tre delle porte che si trovavano al piano di sopra.
Trovatasi sola in casa, la figlioccia decise di ribellarsi a quegli ordini di cui non aveva mai capito il senso. Chiedendosi da quali segreti la sua guardiana volesse tenerla all'oscuro, cammin avanti e indietro davanti alle porte un centinaio di volte finch, presa da un impulso irresistibile, ne apri una di scatto. Una stella usc alla velocit della luce, corse gi per gli intricati corridoi e scomparve nella notte.
Terrorizzata, la ragazza richiuse la porta e si mise ad attendere con ansia il ritorno della sua guardiana.
Una volta a casa, la madrina seppe, senza aver bisogno di fare domande, cosa era successo. Rimprover aspramente la figlioccia e, quando arriv il momento di un nuovo viaggio, alz semplicemente un dito in segno di ammonizione e disse: "Sei gi stata avvertita una volta".
Non bast certo un rimprovero o lo spavento per arrestare la curiosit della ragazza. Appena rimase di nuovo sola, fu presto spinta ad aprire la seconda porta. Questa volta una grande luna bianca rotol fuori e and a fondersi con il vuoto dell'aria.
La madrina non disse nulla finch non fu costretta a un nuovo viaggio; prese allora la ragazzina, indic le porte proibite e le sussurr: "Sei stata avvertita due volte".
La ragazza, per, moriva dalla voglia di girare la maniglia di cristallo della terza porta e, pochi istanti dopo la partenza della sua guardiana, sal al piano di sopra e la spalanc. Una sfera d'oro, cos calda e luminosa da non poter essere altro che il sole, esplose davanti a lei e scomparve in una doccia di fiammelle. Quella immagine straordinaria era ancora impressa nei suoi occhi quando sent qualcuno che le toccava la spalla. La madrina era tornata.
"Sei stata avvertita tre volte" sibil con un'espressione truce, prima di iniziare a lamentarsi per aver perso i suoi preziosi tesori, gli ultimi resti di una gloria che andava al di l della comprensione dei mortali.
C'era solo un castigo adatto a punire un simile peccato. Con un grido agghiacciante la vecchia fece scomparire la voce della ragazza e la mand fuori nel mondo, come muta viaggiatrice.
Dopo aver camminato qualche miglio, la ragazza incontr un giovane re a caccia di cervi. Il ragazzo si innamor perdutamente della sua bellezza e, per niente scoraggiato dal fatto che fosse muta, le chiese di diventare la sua regina. Fin dall'inizio, per, la madre del re si disse spaventata da quell'unione, poich pensava che nella ragazza ci fosse qualcosa di sinistro. I suoi sospetti trovarono conferma quando nacque il primogenito della giovane coppia: il bambino scomparve nel suo primo giorno di vita e l'unica traccia che fu trovata fu una piccola macchia di sangue sulla bocca della giovane regina. Si trattava di un sicuro segno di stregoneria, era noto infatti che le streghe amassero la carne dei neonati.
La regina, incapace di parlare per potersi difendere, non pot spiegare a nessuno cosa fosse successo. Il re, tuttavia, si rifiut di credere che sua moglie avesse mangiato il loro bambino e insistette nel dire che era stato rapito da qualche nemico della Corona. Durante la seconda gravidanza della moglie ordin allora che le guardie presidiassero il palazzo giorno e notte per proteggere il nuovo erede. Subito dopo il parto, per, la regina sent una strana eco risuonare per il palazzo e vide le sue guardie perdere conoscenza, fino a quando svenne lei stessa. Di nuovo, l'alba illumin le braccia vuote della madre e il sangue sulla sua bocca. Il re si rifiutava di credere che un viso cos bello potesse nascondere un cuore di strega. Se davvero si trattava di magia nera, doveva essere stata causata dalla mano di qualche sconosciuto.
Quando la regina dovette partorire una terza volta, il re ordin che la culla del bambino fosse circondata da catene di ferro, ma, ancora una volta, tutte le precauzioni furono inutili. Le guardie caddero addormentate e le catene furono spezzate senza rumore. Solo la regina rimase sveglia, immobilizzata da un incantesimo. Il suo sguardo segu una figura incappucciata che entrava nella stanza attraverso le porte barricate. Era la sua madrina. La vecchia punse il dito del bambino e le insanguin la bocca. "Ecco la giusta ricompensa" le sussurr "per i tre tesori che tu portasti via a me"; poi scomparve con il bambino.
La regina sapeva che il re non avrebbe pi potuto proteggerla. Questa volta venne dato ascolto alle accuse della regina madre, e il re fu costretto a firmare la condanna a morte della moglie. Fu preparato il rogo nella piazza del mercato e la regina fu legata al palo. Tutto era pronto, ma prima che potessero essere accese le fascine apparve la vecchia donna, seguita dai due principini e portando in braccio il terzo.
La folla cre un varco per lasciarla passare. La vecchia raccont la storia di una ragazza disobbediente che le aveva fatto perdere per sempre i suoi tre tesori e aggiunse: "Il perdono poteva essere concesso solo quando la mia figlioccia avesse sofferto un'agonia simile a quella che aveva causato a me con il suo comportamento. Ormai possiamo considerare espiata la colpa poich ella ha patito abbastanza". Con queste parole, la vecchia diede i tre bambini al re in lacrime che pot ordinare alle guardie di liberare sua moglie. Quando si gir di nuovo verso la misteriosa donna, si accorse che lei era gi scomparsa.

Il re degli animali restituisce un favore.
In un mondo in cui ogni albero poteva ospitare una ninfa o uno spirito sacro, il minimo gesto di crudelt verso un'altra creatura vivente poteva comportare un'impietosa vendetta, esattamente come un piccolo atto di gentilezza talvolta riceveva la pi preziosa delle ricompense. A questo proposito, in passato, veniva raccontata la storia di Androcles, uno schiavo che mostr alla Roma assetata di sangue cosa significasse la compassione.
Stanco di sopportare le botte del padrone, un giorno Androcles riusc a liberarsi dalle catene e fugg. Corse per le strade di Roma, usc dalla porta principale della citt e cerc rifugio nei campi circostanti e nella foresta.
Dopo diverse miglia croll a terra esausto all'imbocco di una grotta.
Quando si svegli, si accorse, con orrore, che un enorme leone stava uscendo dalla grotta. L'animale si stava lentamente avvicinando a lui e, alla fine, gli appoggi in grembo una zampa sanguinante, nella folta pelliccia Androcles trov una spina conficcata nella carne del leone.
All'improvviso, tutta la paura dell'uomo scomparve per lasciare il posto a un moto di compassione e piet e cos, tenendo ben stretta la zampa ferita, lo schiavo estrasse la spina e la mostr all'animale. Il leone, liberato dal dolore, si allontan immediatamente.
Dopo lunghi giorni in cui si era nascosto soffrendo ogni tipo di privazione, lo schiavo fu catturato di nuovo e portato a Roma. La punizione per il suo comportamento era un combattimento con un leone affamato nel luogo pi sanguinoso dell'antica capitale: il Colosseo.
Dalla sua cella sotto le tribune Androcles poteva sentire i minacciosi ruggiti delle bestie a digiuno. Dopo poco vennero a prenderlo le guardie, per mandarlo Incontro al suo boia davanti alla folla che acclamava. Arrivato per al centro dell'arena si accorse che, per un incredibile caso del destino, il leone che doveva incontrare era proprio quello che aveva guarito nel bosco. Malgrado non avesse mangiato da giorni, il grosso felino riconobbe il suo benefattore e, invece di attaccarlo, si distese ai suoi piedi, sottomesso come un cane. La folla rimase nel silenzio pi totale e Androcles fu Interrogato dall'imperatore che cercava spiegazioni sul prodigioso evento: udita la storia dello schiavo, decise di salvargli la vita e di rendergli anche la libert.

In Oriente le virt pi apprezzate in una donna erano l'obbedienza e l'umilt.
Qualsiasi fosse il ceto sociale a cui una ragazza apparteneva, se possedeva queste qualit poteva ricevere miracolose ricompense, come ci dimostra la storia di una contadina dell'antico Giappone.
Essendo l'unica figlia di due genitori anziani, la ragazza era abituata a lavorare duramente. Era lei che guadagnava da vivere per la famiglia, faceva i lavori di casa, preparava da mangiare e accudiva i genitori; ogni sera, esausta, cadeva in un sonno profondo nel momento stesso in cui si sdraiava. Era sicuramente preziosa per i suoi familiari, non solo per l'enorme aiuto che dava loro, ma anche perch la sua bellezza non aveva rivali nelle vicinanze. Tante qualit, per, potevano comportare dei pericoli e sua madre era molto preoccupata per lei.
Con il passare del tempo il padre della ragazza mor e la madre si trov ancora pi ansiosa per le sorti della figlia. Vedeva gli sguardi che le rivolgevano i ragazzi del villaggio e, consapevole del fatto che non sarebbe vissuta ancora a lungo, decise di prendere dei provvedimenti per salvaguardare la virt della figlia. Una sera prese dalla cucina una ciotola laccata e la calz in testa alla figlia, nascondendoci sotto tutti i ciuffi dei bei capelli della ragazza. Poi le ordin:
"Figlia mia, per nessuna ragione al mondo dovrai mai sfilarti la ciotola dalla testa". Non molto tempo dopo la madre mor.
Lavorando da sola nei campi di riso, la ragazza divenne motivo di scherno da parte di tutti: i bambini lanciavano i sassi contro la ciotola e i ragazzi della sua et presto volsero la loro attenzione altrove. Lei, per, non se ne curava e continuava a lavorare duramente nel fango della risaia, zappando le piante mature con le sue mani agili fino a quando il sole non tramontava dietro l'orizzonte e la sua ombra si perdeva nell'oscurit.
Quando il raccolto fu terminato, le risaie rimasero spoglie sotto un cielo invernale e sembrava rispecchiare il futuro della ragazza. Senza lavoro e senza una famiglia che le fornisse una dote, come avrebbe potuto sopravvivere? La sua diligenza e dedizione al lavoro non rimasero per ignorate: un giorno, mentre tornava a casa fu avvicinata da un ricco agricoltore, il proprietario delle risaie.
Le spieg che sua moglie era malata e che non aveva figlie, aveva quindi bisogno di qualcuno per i lavori di casa.
Dall'alba al tramonto lavorava senza mai riposare: arrotolava le stuoie su cui dormivano, spazzava i pavimenti, preparava i pasti e decorava la casa del ricco contadino con fiori sistemati in composizioni dal gusto raffinato. Quando, dopo solo un mese, l'unico figlio maschio dei padroni torn da Kyoto, lei era gi diventata un elemento essenziale della casa.
I genitori erano felici di essere insieme al figlio, tanto intelligente e bello, ma temevano che lui, abituato ormai alla grande citt.
si sarebbe annoiato in fretta della loro vita provinciale e sarebbe presto ripartito per Kyoto. Il ragazzo per era incuriosito dalla nuova cameriera. Sapeva che le ragazze di campagna erano pi tradizionaliste nei modi e nelle abitudini delle sue amiche di Kyoto, ma rimase ugualmente colpito da quella ciotola sulla testa, che gli sembrava un segno di modestia assolutamente esagerato.
Assistita dalle ottime cure della ragazza, la moglie del contadino presto guar completamente. La ragazza rimase per nella casa e, con grande sorpresa dei genitori, altrettanto fece il figlio.
Osservando la ragazza nei lavori domestici, il ragazzo si accorse che la sua iniziale curiosit si stava trasformando in un sentimento pi profondo. Mentre lei scivolava da una stanza all'altra, cercava in tutti i modi di farla parlare e di sbirciare sotto la ciotola.
Un giorno, il ragazzo and da suo padre dichiarando le proprie intenzioni: desiderava sposare la ragazza. Suo padre era pronto a dargli la sua approvazione, ma la madre non capiva il senso di quell'unione. Dopotutto, era solo una serva e non avrebbe portato alcuna dote. E poi c'era anche la questione della ciotola: sicuramente doveva essere sfigurata in modo orrendo, perch nessuna ragazza graziosa avrebbe coperto e tenuto nascosto in tal modo la propria bellezza.
Il figlio, tuttavia, continu a insistere e il padre gli sugger di fare la proposta direttamente alla ragazza. All'inizio lei rifiut, consapevole che l'unione avrebbe creato dei disaccordi in seno alla famiglia che l'aveva trattata con tanta gentilezza. Rimase ferma sulla sua decisione per diverso tempo, malgrado le suppliche del ragazzo.
Una notte, per, le apparve sua madre in sogno: "Ragazza mia" le disse "non avrei potuto desiderare una figlia pi obbediente e rispettosa.  per giunto ormai il tempo in cui tu segua il volere del tuo cuore; se  quello che desideri, accetta questa proposta di matrimonio e avrai la mia benedizione".
Il ragazzo era al colmo della gioia e anche il padre sembrava contento. Solo la madre, man mano che procedevano i preparativi, si faceva sempre pi ansiosa. Era gi grave che suo figlio sposasse una serva, ma il fatto che la ragazza dovesse indossare una ciotola in testa davanti a tutti gli invitati, questo era davvero troppo! La futura sposa voleva accontentare la suocera e, la mattina del matrimonio, cerc di sfilarsi la ciotola dalla testa.
Tir e tir ma i suoi sforzi sembrarono produrre solo uno strano suono e la ciotola rimase immobile. Lo sposo cerc di consolarla, dicendo che la ciotola non era in alcun modo un impedimento al suo amore e la convinse ad andare insieme a lui verso gli ospiti riuniti nella sala.
Il momento cruciale della cerimonia era noto come "tre volte tre": gli sposi dovevano sorseggiare per tre volte la prima tazza di sak che veniva preparata dal padre dello sposo. Durante i preliminari della cerimonia, si sentivano gli ospiti sussurrare tra loro, commentando lo strano aspetto della sposa, ma una volta che la tazza fu riempita e il rito stava per avere inizio, tutti tornarono in silenzio. La ragazza prese la tazza e la port alle labbra; improvvisamente, con un suono acuto, la ciotola sulla sua testa si ruppe in mille frammenti d'oro, d'argento e di pietre preziose. Tutti i testimoni rimasero ammirati dalla bellezza di quella ragazza e dalla dote che si era guadagnata con la sua modestia e la sua obbedienza.

Le Acque dell'Inferno e del Paradiso.
Se pronunciati sul letto di morte, i desideri dei genitori potevano avere immensi poteri. Ecco la storia di Haninah, un giovane studioso che viveva nell'antica Palestina.
Il padre di Haninah era un mistico in grado di leggere il futuro come fosse un libro aperto. Quando vide l'Angelo della Morte sulla soglia di casa, chiam il figlio per l'ultimo saluto e gli diede anche un ultimo ordine: "Una volta che non ci sar pi, figliolo mio, trascorsa la settimana di lutto, ti recherai al mercato e comprerai la prima cosa che incontrer il tuo sguardo; se sar un essere vivente lo nutrirai e lo accudirai come fosse parte di te".
Quando arriv il momento, Haninah and al mercato e compr la prima cosa che vide: una giara d'argento. La port a casa e l'apr: salt fuori una rana che danz e zampett felice per tutta la stanza e poi risalt dentro la giara.
Haninah consult numerosi libri per capire quale fosse il cibo preferito dalle rane e nutr la creatura con tanta generosit da farla presto diventare troppo grande per il vaso che la conteneva. Costru allora un mobile con il legno di un cedro profumato, ma non ci volle molto perch l'animale non potesse pi entrare neanche nella sua seconda casa. Senza badare a spese, Haninah ordin allora che una nuova stanza fosse costruita nella casa e rimase impassibile di fronte agli scherzi dei falegnami che ridevano di lui.
Alla fine fu costretto a confessare alla rana che non aveva pi denaro per nutrirla: aveva speso per lei tutti i suoi beni. Manc poco che svenisse quando sent la rana rispondergli in perfetto aramaico, la lingua madre di Haninah: "Gentile signore,
io nonsono in realt un normale animale anfibio, ma uno spirito della natura che prende forme sempre diverse. La gentilezza che mi  stata dimostrata sar presto ricompensata:
tutto quello che desideri io sar pronto a offrirtelo".
Haninah sapeva che i miracoli potevano accadere. La richiesta fu un'ulteriore conferma della sua saggezza: "Spirito venerabile, il mio unico desiderio  di poter arrivare a una profonda comprensione delle leggi sacre".
La rana saltell via e torn con un pezzettino di carta su cui erano disegnati amuleti multicolori e simboli sacri.
"Ingoialo, e con la carta ingerirai una perfetta conoscenza delle leggi sacre, insieme alla capacit di comprendere tutte le settanta lingue parlate dagli esseri umani e tutti i linguaggi degli uccelli e degli animali" gli ordin in tono perentorio.
Con queste nuove conoscenze, la reputazione di Haninah come studioso crebbe enormemente. Perfino il re lo consult su alcuni oscuri passaggi delle leggi.
Malgrado gli onori che riceveva da tutte le parti, Haninah continuava a vivere in modo semplice.
Un mattino, due corvi gli volarono incontro e lo avvertirono di un pericolo in agguato. Haninah fu molto disorientato da quell'avvertimento perch non sapeva di avere alcun nemico.
Quel giorno fu chiamato a palazzo. Il re teneva in mano un lungo capello d'oro imbevuto di un'essenza di rose e chiese ad Haninah cosa dovesse farne. Dopo aver esaminato il lungo capello, Haninah disse: "Sua Maest, ho sentito parlare di popoli dai capelli d'oro, ma non avrei mai creduto che ne esistessero in Palestina". Il re gli spieg che il capello era caduto dal becco di un uccello in volo nel suo giardino.
"Non c' alcun dubbio" dichiar il monarca "che si tratta del capello di una donna bellissima, e io voglio assolutamente questa donna come mia futura sposa". Il suo cuore era stato rapito dalla misteriosa e inaccessibile straniera d'oro.
Ordin pertanto al sapiente Haninah di ritrovarla: "Se fallirai nel tuo incarico sarai punito con la morte e lo stesso destino incontreranno anche tutti gli altri sapienti del mio regno". Haninah si mise cos alla ricerca della donna con i capelli del colore del sole. Gli uccelli gli raccontarono di un paese governato da una regina con i capelli gialli. Per affrontare il lungo viaggio, Haninah prepar tre pagnotte di pane e una borsa con dodici ducati, sufficienti per soddisfare le sue modeste necessit.
Durante il primo giorno di viaggio, gli capit di sentire un corvo affamato che si lamentava della scarsit di vermi e bruchi in quella terra. Senza esitare, Haninah divise una delle sue pagnotte con l'uccello. Il giorno seguente incontr un cane, triste e spelacchiato, che era stato cacciato dalla casa del suo padrone, e gli diede l'ultima delle pagnotte. Del resto aveva ancora dodici ducati con cui avrebbe potuto comprare del cibo per s.
Subito vide per dei pescatori che trascinavano una rete dove avevano catturato un enorme salmone e, non riuscendo a sopportare la vista delle sofferenze di quello splendido pesce, Haninah lo acquist per dodici ducati e lo rimise subito in libert.
Finalmente arriv nella terra governata dalla donna con i capelli d'oro. Quando fu ricevuto dalla sovrana le chiese immediatamente se il capello ritrovato dal suo re le appartenesse e la regina ammise che un uccello le aveva strappato un capello non molto tempo prima.
Haninah rifer quindi della proposta del suo sovrano, parl dei vantaggi politici che una simile unione avrebbe comportato per i due regni e dell'orribile strage di sapienti che sarebbe avvenuta nel suo paese se la donna avesse rifiutato.
La regina rispose che avrebbe sposato il re, ma a condizione che l'ambasciatore del suo futuro sposo portasse a termine due importanti missioni: "Come primo incarico" spieg la regina "dovrai portarmi due brocche d'acqua, una dal paradiso e l'altra dall'inferno". Per Haninah il compito affidatogli sembrava superiore alle sue forze e inizi il suo nuovo cammino colmo di disperazione.
Fu allora che il corvo che aveva nutrito gli venne in aiuto. Vol oltre l'orizzonte e torn da lui con due brocche appese alle ali, una piena di acqua fetida e ribollente, l'altra contenente un liquido fresco e cristallino.
La regina verific la provenienza dell'ac qua. Prima vers una goccia di acqua dell'in ferno sulla sua mano e grid di dolore per la bruciatura che le aveva provocato, poi immerse la mano nel liquido paradisiaco che la guar immediatamente.
Soddisfatta, spieg a Haninah quale fosse la sua seconda missione: "Tempo addietro ho smarrito un prezioso sigillo a forma di anello in fondo al mare; sar tuo il compito di recuperarlo".
Haninah and sulla spiaggia e si mise a pregare a voce alta invocando un miracolo quando il salmone che aveva salvato salt fuori dalle onde. Dopo aver saputo la difficile situazione in cui si trovava il suo salvatore, si rituff in acqua e nuot fino alla corte del mostro Leviatano, signore delle acque, i quale ordin ai suoi sudditi di rivelare dove si trovasse l'anello. Allora un piccolo pesce
sput il gioiello che aveva inavvertitamente ingoiato. Prima per che Haninah potesse restituire l'anello alla regina, un cinghiale selvaggio sbuc fuori dalla foresta, lo attacc ferocemente e gli rub il prezioso oggetto. Haninah maledisse il cinghiale perch sapeva che le bestie selvagge erano creature del diavolo, il quale sarebbe stato ben felice di veder massacrare uno degli uomini votati al dio della Palestina. Si pent immediatamente del peccato di disperazione che aveva appena commesso, e non fu nemmeno troppo sorpreso di veder apparire il cane che aveva nutrito rincorrere il cinghiale, scacciandolo. Dopo qualche istante il cane torn trotterellando con l'anello nella bocca macchiata di sangue.
Come aveva promesso, la regina accompagn Haninah in Palestina, i due trascorsero il tempo del viaggio in molte conversazioni e approfonditi dibattiti. Il re fu felicissimo di veder arrivare la sua sposa e rivolse a Haninah mille lodi. Mentre tornava a casa dal palazzo del re, Haninah per fu assalito - forse da un cortigiano invidioso dei suoi successi - e ucciso. Appena dato l'allarme la regina corse da lui con le due brocche d'acqua, quella del paradiso e quella dell'inferno. Umett con grande dolcezza il cadavere con qualche goccia del liquido celestiale e il sapiente, di fronte agli occhi stupiti dei testimoni, torn alla vita.
Nel risveglio, sussurrava parole che sembravano svelare la bellezza del paradiso. Assistendo al miracolo, anche il re desider essere ucciso e resuscitato e chiese alla sposa di ripetere il prodigio. La regina tergivers per un po' e poi si decise a dare una spiegazione: "Haninah  potuto tornare alla vita solo perch il suo animo  buono. Il miracolo non si ripeterebbe con un animo capriccioso e malvagio. Sarebbe da stupidi correre il rischio di morire in un modo cos assurdo". Lui la guard con aria minacciosa, accusandola di parteggiare per il saggio Haninah. Lei, avendo letto negli occhi del sovrano l'intenzione di uccidere, si decise a gettare su di lui l'acqua infernale che lo ridusse a un mucchietto di polvere e cenere. Su quei resti rovesci allora l'acqua del paradiso, ma non accadde nulla. Il re rimase cenere e, come aveva previsto la regina dai capelli d'oro, non pot resuscitare. Impressionati dai poteri della regina e rispettosi della scienza di Haninah, i consiglieri reali chiesero ai due di sposarsi e diventare i nuovi sovrani della Palestina.

I Cantastorie di buona memoria delle regioni del Caucaso ricordavano i tempi in cui le volpi che scorrazzavano nei prati e nei boschi delle montagne sopra il mar Caspio avevano il dono della parola e la loro astuzia superava quella umana. Erano animali crudeli, intelligenti ed estremamente onesti con chiunque facesse loro del bene.
Un giorno, un mugnaio di nome Lause-Madschi cattur una volpe che si aggirava tra i suoi polli. Le galline erano l'unico bene di cui disponeva il mugnaio, che, per questa ragione, prese un bastone per punire il ladro. Sputando una manciata di piume la volpe lo preg di avere piet, promettendogli in cambio grandi fortune e ricchezze. Pensando alla sua dispensa vuota, al suo mantello sottile e al lungo giorno che lo aspettava, Lause-Hadschi abbass il randello senza picchiare l'animale. La volpe gli assicur che tra gli animali la parola data veniva sempre mantenuta e che non sarebbe venuta meno alla promessa fatta. Rivolgendo uno sguardo preoccupato al pollame rimasto, il mugnaio ebbe qualche attimo di esitazione e poi lasci libera la volpe. L'animale corse verso la strada dove a un certo punto il suo sguardo fu catturato da una moneta d'argento sepolta a met nel terreno. Rimase a fissarla per un po', pensando a un modo per sfruttare al meglio quella scoperta. Alla fine nascose la moneta nella pelliccia e trotterell fino al palazzo del governatore presentandosi come il Gran Visir del Signore di Bukutschichan. "Il mio padrone  un potente re di una terra straniera e si trova adesso in visita in un paese vicino. Egli desidererebbe contare tutto il suo argento, ma uno stupido servitore ha dimenticato di portare la paletta adatta. Per questo, a nome del mio padrone, vi chiedo, governatore, se per caso voi proteste prestargliene una. Ve la render appena il mio padrone avr finito di contare le sue monete d'argento" chiese la volpe. Il governatore rispose subito di s. La volpe infil la moneta trovata per strada in una crepa dell'attrezzo e torn a palazzo tre giorni dopo, dicendo: "Eccovi la paletta indietro con i ringraziamenti del mio signore. Purtroppo non ho potuto rendervela prima perch, pur contando giorno e notte, ci sono voluti tre giorni interi per esaurire tutte le monete".
Il vecchio trov il pezzo d'argento nella paletta e pens che Bukutschichan dovesse essere molto ricco.
Il giorno dopo, la volpe riusc a procurarsi una moneta d'oro e and di nuovo a chiedere la paletta. Questa volta Bukutschichan voleva contare il proprio oro. Quando il governatore scosse la paletta che gli veniva restituita, un'altra moneta cadde a terra. Abbagliato dalla presunta ricchezza dello straniero, chiese alla volpe di offrire sua figlia in sposa a Bukutschichan. I due si accordarono per un incontro il giorno dopo, al guado del fiume che scorreva dietro il cancello del palazzo.
Al mulino, nel frattempo, Lause-Hadschi era chino sotto il peso del grano altrui, non vedeva la volpe da una settimana ormai e, quando gli capitava di pensarci, si dava dello stupido per aver creduto a quella parassita.
Fu solo la stanchezza che tenne ferma la mano di Lause-Hadschi quando la volpe riapparve al mulino. Ridendo alla storia dell'argento e dell'oro, del governatore e di sua figlia, chiese alla volpe perch mai avrebbe dovuto credere a quel racconto e la volpe, per tutta risposta, gli domand: "Cos'hai da perdere? Perch non dovresti credere alle mie parole?". Lause-Hadschi, infilandosi le mani nelle tasche vuote, non pot che darle ragione. Come poteva per passare per il nobile Bukutschichan con i suoi abiti di fustagno logoro?
La volpe port il mugnaio in un prato ricoperto di fiori di montagna dove raccolse ogni bocciolo perfetto e intrecci un ricco broccato di fiori. Alla fine, stese sulle spalle del mugnaio un mantello di margherite, viole e anemoni bianchi. Poi costru una spada con il legno di un tiglio, la diede a Lause-Hadschi e gli disse: "Fatti trovare al guado del fiume a mezzogiorno, ricorda di indossare solo il tuo abito e la spada, e di non dire nulla per alcun motivo. Lascia fare tutto a me".
La volpe attravers immediatamente il fiume e attese l'arrivo del governatore e del suo seguito che arriv poco prima di mezzogiorno. La volpe li chiam a voce alta, annunciando l'arrivo del suo padrone sull'altro lato del fiume.
Il nobile Bukutschichan apparve al gruppo in tutta la sua imponenza, avvolto in abiti dai colori sgargianti e con una spada al fianco che rifletteva la luce del sole.
Non appena entr nell'acqua, per, la corrente spazz via i suoi abiti. Nudo e tremante, Bukutschichan si arrampic sulla riva. Il governatore gli offr il suo mantello per coprirsi.
Il gruppo scort Bukutschichan fino a palazzo. Meravigliato da tanto lusso, il mugnaio non disse una parola, mentre la volpe spiegava che il silenzio del suo padrone era dovuto alla sorpresa di trovare una dimora tanto semplice: "Siamo per certi" aggiunse l'astuto animale "che la figlia del governatore sar abbastanza bella da compensare le sue umili origini".
Il governatore li spos immediatamente, prima che Bukutschichan potesse ripensarci o cambiare idea e prepar una squadra di soldati e servi che accompagnasse la coppia fino ai terreni del grande signore.
La volpe per chiese che attendessero un giorno, in modo da darle il tempo di andare avanti e preparare tutto.
L'animale corse finch non raggiunse una ricca valle dai campi fertili e grasse greggi. Chiese a un pastore chi possedesse quelle terre e scopr che padrone del campo era un terribile drago.
La volpe annunci che un esercito guidato da sette re tiranni si stava avvicinando per distruggere quelle terre. "Se vuoi salva la vita" lo avvert la volpe "dovrai rispondere questi campi appartengono al nobile aitschichan, poich questo  l'unico re che quei nemici temono davvero".
La volpe attravers la valle, raccontando a tutti la stessa storia. Alla
fine arriv al castello del dragone. Il mostro, la cui crudelt era superata solo dalla sua codardia, aveva sentito le voci dell'esercito
che si stava avvicinando e stava cercando un nascondiglio nel pagliaio. La volpe attese che
il mostro fosse ricoperto di paglia e poi accese il fuoco facendo morire il drago tra le fiamme.
Lungo la strada ogni contadino e ogni fattore aveva detto che Bukutschichan era il padrone delle terre. Il grande e meraviglioso castello, con i suoi ricchi tesori e le propriet terriere, era disabitato. Attendeva infatti l'arrivo di Bukutschichan e di sua moglie.

La purificazione in mezzo alla natura.
Gli antichi e sapienti ebrei amavano raccontare la storia della dura lezione di modestia che fu impartita a uno dei pi potenti re babilonesi. Il monarca aveva trasformato la sua citt nella regina delle citt facendo costruire splendidi templi, ziggurat e giardini meravigliosi. Non passava un istante in cui non si vantasse delle opere che aveva fatto portare a termine.
Una notte ebbe uno strano sogno che lo mise in allarme. Si trovava accanto a un albero la cui cima arrivava a toccare il cielo. Tra i suoi rami facevano il nido gli uccelli e gli altri animali cercavano ai suoi piedi protezione dal cattivo tempo.
All'improvviso apparve un messaggero dal paradiso e ordin che l'albero venisse tagliato e che il re venisse allontanato dalla societ degli umani e vivesse come un bue nei campi.
 Appena si fu svegliato and a raccontare il sogno al suo mago. Questo venerato interprete di sogni lo avvert che sarebbe caduto in rovina e condannato all'esilio se non avesse iniziato a comportarsi con pi umilt.
 Pass un anno e il re dimentic la profezia. Un giorno, mentre camminava con il suo solito sussiego crogiolandosi nelle adulazioni dei nobili, vide una raffica di nuvole scuotere il cielo e ud una voce tonante che annunciava la fine del suo regno. La cosa lo fece letteralmente impazzire.
Il sovrano non sapeva pi chi fosse. Corse disperato verso i campi dove cominci a camminare a quattro zampe come un animale selvaggio, masticando erba e muggendo ai passanti. Fradicio di rugiada e sporco di fango, si lasci crescere i capelli e la barba lunghissimi. Le mani e i piedi erano feriti dalle pietre e dagli spini. Dopo sette mesi di questa esistenza da bestia, il re alla fine cap l'errore che aveva commesso nel passato. Pentito, si alz in piedi e torn verso casa. Tra lacrime di gioia, sollievo e vergogna trov il trono che lo aspettava. Lui per era un uomo completamente diverso dal tiranno arrogante che era stato e lo dimostr governando con maggiore saggezza e umilt.
 
I Vestiti dell'Imperatore.
Un'antica leggenda racconta che un tempo ci fu un imperatore cos vanitoso e pieno di s da preoccuparsi solo del proprio guardaroba. I raccolti potevano marcire sulle piante e i banditi scorrazzare liberi per le campagne e le citt, ma all'imperatore importava solo di avere sempre i vestiti pi eleganti.
Naturalmente i tessitori e i sarti di diversi paesi affollavano la reggia di questo generoso padrone. Un giorno arrivarono due stranieri con l'intenzione di preparare al sovrano un abito di incomparabile bellezza. Ricevuti in udienza illustrarono al sovrano il loro progetto: "Sua maest, siamo in grado di confezionare abiti talmente ricchi, eleganti e raffinati che possono essere apprezzati solo dai clienti migliori; per le loro magiche propriet" continuarono i due "i nostri vestiti rimangono completamente invisibili alle persone disoneste e agli stupidi". L'imperatore naturalmente si disse subito desideroso di indossare delle vesti cos meravigliose e dalle caratteristiche magiche; avrebbe superato tutti in eleganza e avrebbe anche potuto scoprire chi, tra i suoi sudditi, era indegno di servirlo.
La notizia dei vestiti nuovi dell'imperatore si diffuse rapidamente; tutti erano curiosi di ammirare i tessuti magici invisibili agli stolti e agli imbroglioni. Dalle prime ore del mattino fino a notte fonda una folla di cittadini eccitati rimaneva a chiacchierare sul lato della strada su cui si affacciava la stanza degli stranieri, guardando con stupore le enormi quantit di seta finissima e le balle di tessuti costosissimi che l'imperatore mandava loro dal palazzo.
Anche il sovrano moriva dalla curiosit e mand il suo ciambellano a controllare a che punto fosse il lavoro.
Gli stranieri lo accolsero con ospitalit e gli chiesero cosa pensasse di quello che aveva davanti agli occhi. Era una domanda difficile, poich il ciambellano non vedeva altro che un telaio vuoto con i pedali, i licci, i montanti e le traverse al loro posto, ma senza un filo di tessuto. Stava per chiedere spiegazioni, ma poi si ricord cosa avevano detto i due stranieri: il loro lavoro non poteva essere visto dagli stupidi e dai disonesti.
Uno degli stranieri prese la mano del ciambellano e gli chiese di toccare lui stesso il finissimo tessuto della stoffa. "Davvero molto fine" disse il ciambellano senza sentire assolutamente nulla e fece anche degli apprezzamenti sul disegno geometrico.
Poi torn di corsa dall'imperatore per raccontare ogni singolo dettaglio prima di dimenticarsene.
Molto compiaciuto e soddisfatto, l'imperatore mand il tesoriere per avere un'ulteriore conferma. Nemmeno lui vide l'ordito ? la trama, non un singolo brandello di tessute-ma era un uomo intelligente, appagato del suo ricco mestiere, e cos si dichiar impressionato dal capolavoro dei tessitori.
Finalmente l'imperatore decise che era giunto il momento di andare a vedere di persona a che punto stavano i lavori per il suo vestito nuovo. Accompagnato dai suoi uomini pi fidati, arriv all'albergo dove si trovavano i due tessitori e quasi di corsa sal le scale. Appena si apr la porta del laboratorio, il cancelliere e il tesoriere esclamarono in coro: "Non avevamo forse ragione, sire? Non  un tessuto assolutamente straordinario?". Tutti conclusero che l'imperatore doveva indossare quell'abito nella processione della settimana seguente; nessun altro abito sarebbe stato altrettanto adatto.
Poi i cortigiani si fecero da parte per permettere
all'imperatore di avvicinarsi ulteriormente al telaio. Lui si
avvicin a tal punto che avrebbe potuto allungare una mano e sentire la consistenza della preziosa stoffa.
Lentamente fece un giro attorno al telaio, si chin per osservarlo da ogni possibile angolazione stringendo gli occhi in segno di concentrazione.
Alla fine, con un cenno del capo, l'imperatore concesse al tessuto la regale approvazione. Naturalmente nemmeno lui voleva ammettere di non vedere assolutamente nulla per timore che i suoi sudditi scoprissero la sua stupidit e disonest.
Per terminare l'opera, i due stranieri si misero al lavoro con ancora maggiore impegno. Ogni giorno chiedevano filati sempre migliori e maggiori quantit di seta e lustrini che puntualmente arrivavano, insieme alle prelibate pietanze preparate dal cuoco del re che dovevano servire a dar loro l'energia necessaria per tanto lavoro. Per tutta la notte prima della cerimonia, brill una luce dalla finestra al piano di sopra e una folla in silenzio, gi in strada, rimase ad ascoltare le rapide sforbiciate e il rumore della spola sul telaio.
La mattina della processione, cinque minuti prima che arrivasse l'imperatore con il suo seguito, nel laboratorio dei due tessitori ci fu finalmente il silenzio. Pezzo per pezzo, gli stranieri illustrarono il loro lavoro per avere l'approvazione dell'imperatore: abiti cos soffici e di taglio tanto prezioso che era impossibile sentirli per chiunque li indossasse; la tunica con il collare rialzato e i polsini ricamati; il mantello di pelliccia; il lunghissimo strascico che avrebbe richiesto almeno dieci servitori per tenerlo sollevato.
L'imperatore si spogli completamente e fu aiutato a rivestirsi con i suoi nuovi abiti. Gli venne messo davanti un grande specchio perch potesse ammirare l'effetto finale: dal davanti, con il petto in fuori e la testa alta, poi il profilo destro e quello sinistro e, infine, da dietro, con le pieghe del mantello meraviglioso che arrivavano al pavimento. Le trombe annunciarono l'inizio dell'imponente processione.
L'intera popolazione della citt - tutte persone intelligenti, non un solo stupido o disonesto - rimase ammirata dallo splendore del sovrano e tutti applaudirono a tanta meraviglia. Tra le migliaia di abiti dell'imperatore, quello era sicuramente il pi bello. La gente si arrampic anche sui tetti per poter godere di una vista migliore. Quelli in fondo alla folla - tra cui anche un ragazzino - salirono gli uni sulle spalle degli altri e spinsero in avanti per farsi spazio.
Sgomitando, il ragazzino alla fine riusc a infilarsi nelle file davanti. Rimase per qualche istante a fissare il sovrano che passava, poi guard in alto, verso tutti quelli attorno a lui che stavano applaudendo, poi torn a fissare il re.
Solo allora disse: "Ma  nudo!".
Tutti quelli che lo sentirono si fecero improvvisamente silenziosi, poi cominciarono a mormorare "Nudo? Cosa vuol dire il ragazzino? Nudo? Ma quello  l'imperatore!". Guardarono di nuovo il loro sovrano e fu in quel momento che gorgogli di risate cominciarono a diffondersi proprio dal punto in cui si trovava il ragazzino. Con le mani sui fianchi, il naso in alto e venti di risate che gli risuonavano nelle orecchie, il nudo imperatore fu costretto a camminare fino alla fine della processione, dove arriv arrabbiatissimo gridando vendetta. A quel punto per i due scaltri stranieri erano gi lontani e fu cos impossibile rintracciarli.

La Sposa del Mendicante.
Nell'epoca dell'amore cortese, i matrimoni tra i giovani dell'alta nobilt erano molto raramente dettati dalle ragioni del cuore. Era infatti la politica che portava una sposa all'altare pi o meno consenziente. Tuttavia, in un castello della valle del Reno, in Germania, viveva una fanciulla ribelle, che non voleva rinunciare ai sogni d'amore.
Nel palazzo scoppi un vero e proprio scandalo quando la ragazza, contro ogni interesse economico e politico, rifiut il fidanzamento con un principe che non aveva mai visto. Continuava a ripetere che sarebbe morta vergine se le avessero negato la possibilit di scegliersi il compagno. Il padre, arrabbiato per la sua disobbedienza, annunci allora che la figlia avrebbe sposato il primo straniero che si fosse presentato.
Cos infatti avvenne. La disubbidiente principessa venne consegnata in sposa al primo straniero che si present a corte: un mendicante.
Per non aver voluto rinunciare ai suoi sogni romantici, la ragazza fu costretta a lasciare l'agiata e serena vita di palazzo per una realt ben pi misera, come moglie di un mendicante sconosciuto.
Il marito la condusse in un lungo viaggio a piedi verso la sua dimora, sulla stessa terra che lei avrebbe governato se avesse sposato l'uomo che suo padre aveva scelto per lei. Abituata ad abitare in un palazzo, all'inizio la vita in una capanna le sembr un vero e proprio incubo. Poi, piano piano, l'ex-principessa impar ad amare il suo sposo che, ogni notte, sapeva ricoprirla di dolci e tenere carezze e farle dimenticare le numerose fatiche del giorno.
Per la maggior parte del tempo, per, il mendicante era costretto ad allontanarsi da casa per andare in cerca di carit o di lavoro. Lei cercava di far contento il marito rendendosi utile, ma inutilmente. Le sue mani non erano state abituate al lavoro e perfino filare le faceva sanguinare le dita delicate. L'unico modo che aveva trovato per racimolare un po' di denaro era vendere vasi di terracotta al mercato.
Un giorno, per, un soldato ussaro ubriaco fin con il cavallo proprio sulla sua mercanzia, riducendola in un attimo a un ammasso di ciottoli e briciole.
Alla fine la giovane sposa si ritrov a fare la cameriera nel palazzo di quel principe che il padre le avrebbe voluto dare come marito. Durante il suo secondo giorno di lavoro, le fu detto che il padrone voleva essere servito a tavola dalla nuova serva.
Quello che vide quando entr nel grande salone ricoperto di arazzi le fece cadere per terra i piatti di cacciagione colmi di cibo e salse che cominciarono a scorrere sul pavimento in tanti piccoli rivoli.
Il nobiluomo seduto a tavola era suo marito.
Aveva tolto gli abiti stracciati e aveva indossato lussuosi tessuti rifiniti di pelliccia di ermellino e zibellino. Anche il principe era un romantico e un sognatore e sin dall'inizio era stato sinceramente attratto dal fascino della ragazza molto pi che dalla sua nobile discendenza.
"Mi sono travestito da mendicante" le spieg "per poter avere la tua mano e adesso sono ancora pi innamorato di te perch so che tu mi ami per ci che sono veramente e non per la mia ricchezza". I poteri che guidano gli amanti l'avevano ricompensata per essere stata obbediente a un sogno: in tal modo era potuta rimanere sincera con il cuore e rendere un servigio alla sua famiglia e al suo popolo.

 La prova del perdono.
Le antiche leggende sulla giustizia presentavano dilemmi morali su ci che era giusto e ci che era sbagliato. Un argomento difficile e controverso era quello del pentimento.
Un giorno il capo di una delle pi importanti e pericolose bande criminali si ritrov tra le mani un libro delle sacre scritture. Quella notte, mentre il resto della banda ripuliva le ossa di una pecora rubata e cantava ballate oscene e stonate, il re delle rapine rimase in disparte, accovacciato accanto al fuoco, a leggere i racconti di antiche battaglie, miracoli e magie.
Il solo fatto di aver letto le scritture lo cambi profondamente. La volta successiva in cui alz il randello per uccidere una vittima, sent risuonare nelle orecchie le parole del libro, che gli imponevano di non uccidere. Ebbe una visione della sua anima avvizzita e condannata alle pene dell'inferno.
Ordin alla sua banda di trovarsi un altro capo. Poi inizi il suo peregrinaggio fino a quando trov una grotta in cui viveva un sacerdote eremita e, davanti a lui, si inginocchi implorando il perdono. Il recluso incappucciato ascolt senza fare commenti un elenco di crimini che inizi la sera prima del tramonto e si concluse dopo l'alba.
Alla fine l'eremita dichiar che l'uomo aveva una sola speranza di essere redento: "Dovrai ritirarti nella foresta, portare con te il bastone con cui hai picchiato tante vittime e piantarlo nella terra. Poi dovrai andare, camminando sulle mani e le ginocchia, fino a un ruscello dove raccoglierai una boccata d'acqua. Dovrai poi tornare a carponi sino al bastone e bagnarlo con il liquido portato nella tua bocca. Se il legno torner a essere di nuovo un vivente, facendo germogliare le foglie, allora potrai considerarti perdonato".
Il penitente fece tutto quello che gli aveva ordinato l'eremita. Per anni, mezzo nudo, and carponi dal ruscello al bastone al ruscello di nuovo, fino a che la sua barba non arriv a strisciare per terra: il tempo non aveva pi alcun significato per lui.
Un giorno il penitente pot finalmente versare lacrime di gioia tanto a lungo trattenute. Il suo bastone mostrava qualche piccolo germoglio verde. Si diresse allora al ruscello con rinnovato vigore, pregando che la sua dura prova arrivasse presto al termine. Mentre si avvicinava alla riva, ud le voci di due uomini che parlavano. Timoroso di avere contatti con altri umani dopo cos tanto tempo, si nascose dietro un cespuglio.
Dalla conversazione dei due estranei cap che erano spie del padrone in cerca di ribelli tra i contadini. Stavano ridacchiando mentre descrivevano le orribili torture che infliggevano ai loro prigionieri: gli adulti venivano uccisi a forza di scudisciate e gli orfani cacciati dalle terre e lasciati morire miseramente di fame per le strade.
Il penitente rabbrivid sentendo di peccati tanto atroci che i suoi crimini, al confronto, sembravano sciocchezze senza importanza. Senza riflettere afferr una grande pietra e picchi le due spie fino a ucciderle.
Poi si rimise carponi e, con il cuore pieno di dolore, si diresse di nuovo al suo bastone. Anche se sapeva che il suo gesto aveva impedito lo spargimento di molto sangue innocente, temeva che quell'atto guidato da uno scatto di rabbia avesse potuto annullare tutti quegli anni di pentimento. I suoi timori erano per infondati perch sicuramente intervennero quei poteri misteriosi che dall'alto osservano l'umanit, e l'uomo si trov di fronte a un albero ricoperto di foglie e fiori; era il suo vecchio bastone che rapidamente era tornato in vita.

La perenne penitenza degli alberi.
C'era un tempo, narravano gli antichi bardi danesi, in cui tutti gli alberi rimanevano sempre verdi e le foglie non cadevano con l'arrivo del duro inverno. In quei giorni, ogni cosa vivente, sia pianta che animale, aveva un'anima e un carattere individuale, e nessuno era esonerato dal seguire le leggi del codice morale. Anche gli alberi dovevano trattare le altre creature con gentilezza e potevano rischiare punizioni molto dure quando, invece, si comportavano in modo egoista.
 Ne  un esempio quello che accadde un autunno, verso la fine di settembre, quando un mattino, all'alba, tutti gli stormi di sasselli della foresta si radunarono per prepararsi al lungo ed estenuante volo migratorio che li avrebbe portati oltre le acque del Mediterraneo e le sabbie del Sahara verso le calde terre d'Africa. Uno di loro per non pot partire a causa di un'ala spezzata.
Dopo che i suoi simili erano ormai scomparsi all'orizzonte, l'uccellino ferito si mise a saltellare e ad agitarsi tra un albero e l'altro, in cerca di un rifugio dal freddo in arrivo. Una betulla si lasci trascinare in una danza con il vento e non si accorse dell'uccello bisognoso.
Altrettanto fece il salice, ripiegato su se stesso in un dolore segreto e misterioso in riva al torrente. E la quercia, alta e fiera, non fece caso al piccolo animale ai suoi piedi.
Alla fine, l'uccellino, esausto, si rivolse a un abete, il pi alto tra gli alberi della foresta, che lo accolse caritatevolmente e lo protesse intrecciando attorno a lui i suoi aghi appuntiti. Un pino, li accanto, allung i suoi rami per contribuire a rendere pi sicuro il rifugio, mentre un ginepro offr le sue bacche in abbondanza per nutrire il volatile fino all'arrivo di giorni migliori.
La betulla, il salice e la quercia pagarono cara la loro inospitalit. Quando arriv la prima ventata di freddo e gelo, tutte le loro foglie si seccarono e caddero a terra, risvegliandoli bruscamente dai loro sogni.
Da quel momento, sarebbero stati vulnerabili ai mali dell'inverno e avrebbero dovuto combattere contro la neve come scheletri tremanti, mentre i pi gentili abeti, pini e ginepri sarebbero rimasti verdi per sempre.

UNA CORTE PERICOLOSA.

Tra le storie del passato dove si narrava di incantesimi, ve ne sono alcune in cui i protagonisti si trovavano costretti a superare una serie di prove per una ricompensa che poteva riservare anche spiacevoli sorprese. Per dimostrare l'imprevedibilit del fato dei comuni mortali, in Cina veniva raccontata una storia che iniziava con un boscaiolo, una mattina, in una foresta di bamb.
Vagando tra le ombre fresche delle piante, l'uomo incontr una donna anziana, con l'abito bianco del lutto cinese, intenta a osservare una scacchiera. La donna alz
lo sguardo verso il taglialegna e, come
se lo stesse aspettando da tempo, gli indic
il posto libero di fronte a lei.
L'uomo esit per qualche istante, pensando a quello che poteva puntare. "Possiedi delle giade, dei gioielli o della terra?" gli domand la vecchia. Il poveruomo scosse la testa. "Hai almeno dei figli?" continu la donna.
Alla seconda domanda l'uomo sorrise, perch i figli erano la sua unica ricchezza: "Ne ho ben tre di figli, tre maschi grandi e forti". Anche l'anziana donna sorrise, dicendogli che lei aveva altrettante figlie femmine. Gli propose allora di giocare tre partite. Per ogni partita vinta dal taglialegna lei si sarebbe impegnata a mandare una delle sue figlie a sposare uno dei figli dell'uomo, mentre per ogni partita vinta da lei, lui avrebbe dovuto mandare uno dei suoi figli a sposarsi nella sua casa con una delle sue figlie.
Sperando di guadagnare tre doti cospicue, l'uomo accett e si sedette. Le ombre si allungavano mentre le partite si succedevano Luna all'altra. Al crepuscolo l'uomo finalmente si alz. Aveva perso tutte le partite e tutti i suoi figli. Si alz anche la vedova e indic
un punto nella valle lontana. "Laggi si trova la mia casa" disse "e l attender il tuo primogenito per domani mattina. Il tuo secondo figlio dovr arrivare tre giorni dopo mentre l'ultimo il settimo giorno".
Seguendo gli ordini del padre, ogni figlio part il giorno prestabilito diretto alla valle della vecchia donna. Quando arriv l'alba del settimo giorno, il figlio minore disse addio al padre e si mise in viaggio per andare a incontrare la sua sposa. Per strada lo avvicin uno straniero, vestito di cenci, e gli chiese dove fosse diretto. Sentendo la storia della vedova, delle sue figlie e dei fratelli del viaggiatore che erano partiti prima di lui, l'uomo rallent il passo fino a fermarsi e chin la testa abbassando lo sguardo. Poi, al colmo del dispiacere, si rivolse al ragazzo: "Non farti ingannare anche tu. Quella donna non  altro che una strega, una vecchia strega senza piet. Non ha tre figlie, bens una sola, che tiene prigioniera per usarla come esca per i giovani mortali. Si  divertita a portare alla morte molti ragazzi e la stessa fine ha fatto anche il mio povero figliolo. Ho paura che i tuoi due fratelli non abbiano avuto sorte migliore".
Inorridito dal racconto, il ragazzo cerc di tornare verso la casa del padre quando lo straniero lo afferr per un braccio. "Fermati, c' una splendida sposa che aspetta il suo sposo; non puoi fermarti, devi assolutamente andare avanti". Cos dicendo diede al ragazzo una perla di ferro, una bacchetta di ferro e il ramo di un albero di ciliegio, poi aggiunse: "Sono doni di nozze. Con questi oggetti avrei potuto salvare il mio stesso figlio, se solo avesse saputo in anticipo delle trappole della strega".
Tenendo ben stretti i suoi doni di matrimonio, il ragazzo si fece forza e prosegu il suo cammino. Appena superata la soglia d'ingresso del giardino, un leone balz fuori dall'ombra. Senza nemmeno pensare, il ragazzo gli lanci la perla di ferro e il leone si mise a rincorrerla. Come un enorme micio
e si mise a giocare con il nuovo oggetto, lasciando il giovane libero di correre verso la casa della strega. Questa volta, per, da dietro i cespugli apparve una tigre. Il ragazzo lanci allora la sbarra di ferro tra le sue zanne, l'animale si mise a masticarla e lui pot salire gli scalini davanti all'ingresso. Le sue mani tremavano talmente forte che non riusc a bussare e spinse la porta con il ramo di ciliegio. Mentre la porta si apriva con un cigolio, un enorme pezzo di ferro cadde dall'alto, schiantandosi sul ramo. Salvo per un pelo, il ragazzo scavalc l'ostacolo ed entr in una sala vuota annunciando il suo arrivo. Gli rispose la voce di una donna anziana: "Ben arrivato, mio giovane futuro genero. Vieni a conoscere la tua nuova suocera in giardino. Fino a quando non scoprirai il suo nascondiglio, il matrimonio non potr avere inizio".
Tornato nel giardino sent un'altra voce, pi giovane e dolce, che cercava di dirgli qualcosa. Si gir verso una finestra e incontr lo sguardo di una fanciulla, pi adorabile di un fiore di loto appena sbocciato, la quale gli sussurr: "Io sono la tua promessa sposa, mia madre ha preso le sembianze di una pesca, per met rossa e per met verde. Si trova laggi, sul pesco accanto al muro del giardino. La parte verde non  che il suo abito, ma se morderai la parte rossa incontrerai la sua guancia e la riporterai alla sua forma originale".
Impaziente di mostrare il proprio valore alla splendida fanciulla, il giovane corse verso l'albero di pesco. Tra i rami, vide una pesca, pi grossa di tutte le altre, era rossa da una parte e verde dall'altra; sebbene il sole fosse alto nel cielo, il frutto era gelido quando lui lo raccolse per darvi un morso.
Nel momento in cui il giovane affond i denti nella parte rossa, la pesca gli esplose tra le mani facendo apparire la figura di una vecchia donna infuriata con una guancia sanguinante. Mentre la donna sibilava e sputava, lo sposo spavaldo chiese che
le nozze iniziassero. La strega si fece silenziosa, lo studi con attenzione, poi astutamente rispose: "Per iniziare la cerimonia servono i tamburi: tu dovrai rubare il tamburo del re delle scimmie nelle montagne occidentali".
La strega scomparve e lo sposo si allontan di nuovo, disperato. Tutti sapevano che il palazzo del re delle scimmie era protetto da scimmioni pericolosi con i denti affilati. Mentre il ragazzo ripassava sotto la finestra della sposa, questa si sporse di nuovo: "Dovrai rotolarti nel fango ai piedi delle montagne" gli sugger lei con un filo di voce, "in modo tale che le scimmie di guardia ti scambieranno per uno di loro". Poi gli diede un ago, della calce e un orcio d'olio: "Getta questi alle tue spalle quando ti troverai in pericolo".
Attraversando la valle verso il lago a occidente, il giovane si immerse nel terreno fangoso e vi si rotol finch non fu completamente ricoperto di fango. Il sole fin di seccare il suo travestimento mentre saliva il pendio della montagna fino al palazzo.
Un centinaio di visi con lunghi denti affilati apparvero alle finestre, poi, dopo averlo visto, scomparvero e i grandi cancelli si aprirono. Le scimmie si riversarono nel cortile chiamandolo "nonno" e sollevandolo in aria.
Salutando le scimmie come figli di suo figlio, il ragazzo disse che era affamato. Subito, tutti si allontanarono per preparare un vero e proprio banchetto. La finta scimmia ebbe cos il modo di cercare il tamburo. Lo trov appeso all'interno del cancello,
lo afferr e subito corse via.
Le scimmie non tardarono ad accorgersi del furto e si lanciarono all'inseguimento del ladro. Quando furono abbastanza vicine,
il ragazzo lanci l'ago alle sue spalle. Brillando
nel sole, il piccolo oggetto diede origine a una
pioggia di schegge che ferirono dozzine
di scimmie. Poi, a quelle sopravvissute, tir una manciata di calce che subito si trasform in una montagna di materiale acido che si incendi al contatto con gli animali.
Ai pochi che ancora lo inseguivano gett l'orcio d'olio che si gonfi fino a diventare una montagna oleosa, in cui rimasero invischiate le ultime scimmie.
Quando raggiunse la casa della strega,
lo sposo le porse il tamburo e chiese di dare inizio alla cerimonia. La strega lo lod per
il coraggio e l'astuzia aggiungendo che un tale eroe aveva sicuramente bisogno di un buon pasto prima di sposarsi.
Gli porse allora due bastoncini di avorio e un vassoio laccato di rosso su cui poggiavano ciotole di finissima porcellana contenenti ogni tipo di delizia: una brodo cristallino fatto con i nidi di rarissimi uccellini di montagna, prugne candite e nespole del Giappone, salse e carni delicate che mescolavano il dolce con il salato, lo zucchero con le spezie. Lui non aveva per mangiato nulla da quando aveva lasciato la casa del padre e desiderava solo qualcosa di semplice.
Rifiutando i sofisticati cibi che gli venivano offerti, accett solo una semplice tazza di noodles.
Il giovane, ristorato dal cibo, stava cercando la sua sposa, quando si sent improvvisamente male e fu colto da terribili crampi. Ridendo, la strega scomparve. Una delle serve corse da lui e lo accompagn nella stanza della sposa poi, seguendo gli ordini della sua giovane padrona, lo leg per i piedi e lo batt con i suoi stessi sandali. Uno alla volta, dieci orribili serpenti vivi uscirono dalla sua bocca. La ragazza, impaurita, si chin sul giovane dicendogli: "Dobbiamo sposarci entro questa sera stessa e poi fuggire nella notte da quella assassina di mia madre".
Sorpresa di scoprire il ragazzo ancora vivo, la strega si vide costretta a sposare i due innamorati immediatamente. Dopo la cerimonia, i due si ritirarono nella camera matrimoniale, dove la sposa aveva nascosto un vecchio ombrello e un gallo.
Li consegn entrambi al marito e poi, come avevano progettato, i due giovani innamorati fuggirono nella notte.
Avevano ormai camminato per diverse miglia, quando l'immobilit del mattino fu rotta da uno strano ronzio. Allora la sposa mand avanti il gallo e si strinse al marito.
"Nascondiamoci dietro l'ombrello" esort lei spaventata "quella strega di mia madre ci sta facendo inseguire da una spada". Difatti, dopo pochi istanti una lama, scese dal cielo, perfor il petto del gallo e torn indietro alla casa della strega. La moglie avvert il marito che il pericolo poteva essere ancora in agguato: "Sicuramente mia madre si accorger che la spada non  macchiata di sangue umano e la rispedir a cercarci".
Mentre per parlava sentirono di nuovo quel ronzio, l'inequivocabile segno di pericolo.
Davanti a un destino ineluttabile la ragazza si scost dal marito: "Ti prego, rimani sotto l'ombrello, se la spada deve colpire qualcuno  meglio che colpisca me". La figlia della strega apparteneva a una particolare specie che, se prese certe precauzioni, poteva tornare alla vita dopo la morte. "Solo io posso sconfiggere la morte. Tu dovrai portare il mio corpo nella casa di tuo padre e chiudermi in una giara di loto. Dovrai aspettare quarantanove giorni, non uno di meno, affinch io mi svegli".
Senza dire altro, la ragazza si allontan dall'ombrello e accolse il coltello nel proprio petto. Quando l'arma vol via di nuovo, il marito in lacrime raccolse il corpo dell'amata moglie e lo port nella casa del padre. Lo sistem con cura in una giara di loto e cominci la sua lunga veglia.
Passarono giorni e settimane e il giovane marito fedele mangiava, dormiva e aspettava all'ombra della giara.
All'alba del quarantottesimo giorno, un gemito lo scosse dal suo sonno. Scatt in piedi e, non sopportando pi quella situazione dolorosa, ruppe la giara in cui era rinchiuso il corpo dell'amata.
La moglie si abbandon nel suo abbraccio e sussurr: "Perch non hai saputo aspettare ancora un giorno?". Poi chiuse gli occhi e cadde nel sonno da cui non c' risveglio.


Capitolo Due.
LA RUOTA DELLA FORTUNA.

La buona o la cattiva sorte degli esseri umani era spesso in balia dei casi del destino, poich non seguiva alcuna legge morale. Talvolta, tuttavia, poteva accadere che il fato, per pura coincidenza, si facesse arbitro di dispute in cui le buone azioni venivano alla fine giustamente premiate.
Nell'epoca in cui le divinit scendevano ancora sulla terra e la soglia tra l'umano e il divino era facilmente valicabile, i destini dei mortali venivano spesso stravolti da incontri ultraterreni. Innanzitutto, sia gli uomini che le donne potevano diventare oggetto del desiderio degli dei. I mortali che rifiutavano le avance divine andavano incontro a tremende punizioni subendo talvolta vere e proprie metamorfosi. Cedere alle carezze degli immortali, d'altra parte, poteva essere altrettanto pericoloso: la vendetta delle spose celesti tradite era spesso impietosa.
La rabbia degli immortali si manifestava, comunque, per i pi svariati motivi.
Camminare per errore sul suolo degli di, per esempio, poteva comportare seri pericoli. Uccidere un animale sacro poi, o infrangere un qualsiasi tab, poteva portare la rovina non solo di chi commetteva il grave peccato, ma anche della sua famiglia, degli amici e persino dell'intera nazione in cui viveva.
La da della fortuna, cos come veniva rappresentata dagli antichi poeti, si divertiva con la sua ruota a rovesciare le sorti degli umani. Uomini ricchi e potenti potevano facilmente ritrovarsi in rovina, mentre altri, poveri e di umili origini, potevano raggiungere improvvisamente la felicit e il benessere. E cos capitava anche che, chi nasceva nei palazzi reali finisse poi a vivere in misere baracche e chi si svegliava povero all'alba si addormentasse la sera negli agi e nel lusso. In ogni momento la ruota della da bendata poteva capovolgersi; ecco perch coloro che godevano di privilegi sapevano di non dover esagerare in autocompiacenza, mentre i meno fortunati potevano continuare a sperare in giorni migliori.
Le Parche, le de del destino, potevano essere molto capricciose e non bisognava mai sfidarle. Esse venivano rappresentate come tessitrici che filavano e intrecciavano le matasse delle vite umane. Chiunque tentasse di evitare il compiersi di una loro profezia, rischiava mali molto maggiori di quelli causati da una semplice cattiva sorte.
Il destino, muovendosi in una solenne marcia attraverso le epoche, non contemplava l'intervento umano e coloro che tentavano di opporsi al suo corso venivano irrimediabilmente prima derisi e poi distrutti.

Una Sfida alle forze del Destino
In passato, gli zingari della Transilvania credevano che ogni bambino, alla nascita, fosse visitato da tre esseri vestiti di bianco che, per alcuni, altri non erano che le Parche venute a ordire la trama della sua vita.
Una vicenda raccontata dagli zingan in diversi paesi, parlava di un bambino nato povero, ma destinato a immense fortune, e di un re che cerc invano di impedire il compiersi del destino del piccolo.
Il bambino era figlio di un carbonaio. Il giorno della sua nascita le tre Parche si radunarono attorno alla sua culla nell'umile capanna. La prima predisse un grave pericolo. La seconda, altrettanto vaga, disse che il neonato avrebbe trovato i mezzi per superarlo, mentre la terza fu molto pi specifica. Disse infatti che l'infante avrebbe sposato la figlia del re, nata anch'ella quella notte.
Anche il re si trov ad assistere alla profezia. Dopo una lunga giornata di caccia, si era perso lontano dal castello e aveva cercato rifugio nella capanna. I gemiti della donna durante il travaglio lo avevano svegliato e i sussurri di quegli esseri soprannaturali gli avevano impedito di riaddormentarsi. La gioia per la notizia della nascita di sua figlia fu oscurata dall'idea che la piccola fosse condannata a un destino tanto ignobile: sposare il figlio di un carbonaio.
Quando la luce del mattino filtr attraverso le finestre, ancora immerso nei suoi pensieri, il re sent qualcuno che gemeva. La moglie del carbonaio era morta e il povero uomo ne piangeva la perdita.
Il re colse l'occasione al volo. Con false parole di conforto si offr di portare il ragazzo con s per farlo crescere dai suoi servitori: "Da grande potrebbe lavorare nelle cucine o nelle stalle della reggia e nel frattempo ci sarebbe una degna sostituta della madre a nutrirlo e a educarlo".
Il carbonaio accett la generosa proposta che gli veniva fatta dal sovrano in persona. Il poveruomo si decise perci a consegnargli il figlio, accarezz il piccolo e volt le spalle ricurve dal dolore, per tornare a casa.
Il re non si fece scrupoli. Gett il cesto in un torrente in piena e si affrett verso casa.
Passarono vent'anni e la figlia del re divenne una bellissima ragazza. Era venuto il momento di trovarle un marito e cos il re decise di andare in visita da un sovrano vicino che aveva un figlio della stessa et. Faceva molto caldo e presto il gruppo dovette fermarsi presso un mulino per far rinfrescare i cavalli.
Nel mulino abitava un ragazzo dai modi gentili e di straordinaria bellezza che si offr di aiutare il re e il suo seguito.
Il re si congratul con il mugnaio per l'ottima educazione che aveva impartito al figlio e questi gli raccont di averlo salvato dalle acque di un fiume quando era ancora neonato. Lui e sua moglie lo avevano adottato e il ragazzo aveva riempito la loro vita di gioia,
"E cos, quello  il ragazzo di cui ho tentato di sbarazzarmi tanti anni fa" pens il re "Maledizione, se l' cavata, dovr escogitare un'altra soluzione, non posso certo permettere che il suo destino si compia". Mentre pensava queste cose, continuava a sorridere al mugnaio che cantava le lodi del ragazzo.
Fingendo di chiedere un favore, il re mand il figlio del mugnaio a portare un messaggio alla regina. Il ragazzo era entusiasta all'idea di poter entrare a palazzo: l'ingenuo figlio del carbonaio ignorava che stava portando la propria condanna a morte; nel foglio c'era infatti scritto: "Che il latore di questa missiva sia decapitato con urgenza. Si tratta di un pericoloso sobillatore".
Durante il viaggio verso la citt, il ragazzo incontr una donna vestita di bianco che andava nella stessa direzione.
Orgoglioso della sua missione, raccont alla donna dove era diretto e le mostr il rotolo di carta indirizzato alla regina che portava il sigillo del re. Man mano che i due procedevano, il ragazzo cominci a sentire le gambe e le palpebre sempre pi pesanti finch cadde in un sonno profondo.
Non appena si svegli, la sua compagna di viaggio era scomparsa. Riprese allora il cammino, volendo consegnare subito il messaggio alla sovrana. Indescrivibile fu la sua gioia quando sent la regina leggere a voce alta il messaggio del marito: "Questo ragazzo  davvero speciale, me ne sono reso conto durante il mio viaggio; ordino quindi che tutti, a corte, lo trattino con il massimi rispetto. Voglio che gli vengano dati vesti e vello e sia imbandito per lui il pi lauto dei banchetti. Sar presto il mio adorato genero sposo della mia unica figlia".
Al suo ritorno il re trov il palazzo che ferveva nei preparativi del matrimonio: i due giovani si erano innamorati a prima vista.
Il re, sfoderando un altro dei suoi sorrisi ipocriti, chiese di vedere il messaggio che aveva portato a quella felice unione, bisognava infatti conservarlo per i posteri. Dopo aver letto la lettera che, con la sua calligrafia, invece dell'omicidio ordinava il matrimonio, interrog a lungo il ragazzo sul suo viaggio dal mulino al palazzo.
"Sei dunque partito subito e sei arrivato al castello senza mai fermarti?".
"S, Sire" rispose il ragazzo "solo, durante il viaggio sono stato colto da una forte sonnolenza e mi sono addormentato sotto un albero per riposare una mezz'ora".
"Hai viaggiato sempre solo?" riprese il re.
"No, sire, circa a met strada ho incontrato una signora vestita di bianco, che si stava dirigendo verso la citt come me".
"Chi era questa signora?".
"Non lo so, sire".
Sentendo questo, il re cap che, di nuovo, stavano intervenendo delle forze magiche in conflitto con i suoi interessi.
Disperato il re si mise allora a cercare un altro modo per liberarsi dal ragazzo. Lo chiam al suo cospetto e cominci a fargli un lungo discorso: "Naturalmente i me non interessano le tue umili origini, ma sono convinto che tu non veda l'ora di provare il tuo valore e il tuo coraggio.  esatto? Immagino che ti sentiresti pi sereno se questo accadesse prima di convolare a nozze con la principessa. Ecco perch ti chiedo, te la senti di affrontare una sfida degna di un eroe e di un futuro re?".
"Naturalmente, Sire" replic il ragazzo, tutto quello che Voi desiderate".
"Allora ti dico, vai e riporta al castello tre capelli d'oro del re del sole, cos dimostrerai che nessuno pu competere con te".
Il giovane, colmo di gratitudine, accett con entusiasmo, non curandosi del fatto che il re del sole fosse un nemico pericoloso, un semidio dal carattere caldo e impetuoso quanto il suo pianeta splendente.
Cos il figlio del carbonaio part per un lunghissimo viaggio. Scal montagne e attravers fiumi e valli fino a raggiungere un grande lago nero. Un vecchio su una barca bianca lo attendeva per farlo attraversare.
Dopo che il giovane gli ebbe raccontato della sua missione, il traghettatore gli chiese un favore: "Il signore del sole sa ogni cosa, e sapr di certo dirti cosa devo fare per liberarmi da questa maledizione che mi costringe a trasportare i passeggeri da una riva all'altra del lago senza sosta e non mi concede il sollievo del riposo eterno".
Dopo un duro viaggio lungo sentieri scoscesi, il baldo giovane arriv a una citt cinta da alte mura. Vide una guardia e gli chiese quale fosse la via per arrivare al palazzo del re del sole. La guardia prontamente gli indic la strada giusta e poi, come il vecchio sulla barca, gli fece una richiesta: "Potresti, per favore, chiedere al re del sole perch il fiume magico che scorreva qui a fianco e che riportava alla giovinezza chiunque vi si immergesse si  improvvisamente prosciugato? Cosa dobbiamo fare?".
Giorni di cammino portarono il ragazzo a un altopiano. Si avvicin a una donna seduta sotto un melo. Quando le chiese indicazioni ella punt il dito verso alcune torri in lontananza e disse: "Sono contenta che tu sia diretto proprio laggi poich cos potrai aiutarci. Dovresti chiedere al re del sole per quale motivo il nostro prezioso albero, un tempo carico di mele con il potere di guarire le malattie, non produce pi frutti".
Verso sera il ragazzo raggiunse finalmente il palazzo dove fu
accolto da un'anziana signora, dai modi molto gentili. Le confess il motivo per cui aveva bisogno dei tre capelli e le rifer anche le tre domande raccolte lungo la strada. La donna, che era la madre del re del sole, gli rispose con gentilezza: "Mio figlio sar presto di ritorno. Ti dar i tre capelli e anche le risposte; adesso per nasconditi in questo barile pieno d'acqua, in modo da non rimanere ustionato dal calore di mio figlio".
Vecchio ma ancora imponente, il re del sole torn finalmente al palazzo. La madre, come tutte le madri, lo fece mangiare e poi lo lasci stendere, tenendogli in grembo la testa. Il sole, stanco per la lunga giornata, cadde presto in un sonno profondo.
Quando la donna sent che la testa si era fatta molto pesante sulle sue ginocchia, strapp al figlio un capello. Il re del sole si svegli chiedendo cosa fosse accaduto. La madre allora gli parl degli abitanti dell'altopiano e dell'albero che non dava pi frutti. Chiss cos'era successo a quel melo, si chiedeva. "Ah, ma  tutta colpa di uno stupido serpente" spieg il re "che ne sta mangiando le radici. Baster uccidere la bestia perch l'albero torni a dare i suoi frutti". Poi si riaddorment.
Quando la donna lo svegli di nuovo strappandogli il secondo capello, raccont al figlio del torrente prosciugato. Il re assonnato rispose: "Gli abitanti della citt devono uccidere il rospo che ne blocca il corso e le acque ricominceranno a scorrere".
Svegliato una terza volta dallo strappo di un terzo capello, il re ascolt dalla madre la storia del traghettatore. "Deve solo lasciare i remi al suo prossimo viaggiatore" rispose questa volta "e poi saltare a terra appena la barca raggiunge la riva. In tal modo il passeggero diventer il nuovo traghettatore e lui sar libero di morire".
Al mattino, dopo la partenza del re del sole, la donna diede i tre capelli e le tre risposte al ragazzo. Lui la baci in segno d'addio e ripart colmo di gratitudine.
Gli abitanti dell'altopiano uccisero il serpente e si accorsero che l'albero dava ancora i suoi frutti. Gli abitanti della citt eliminarono il rospo e le acque tornarono a fluire nel letto del torrente. Infine, una volta al lago nero, il giovane, astutamente, attese di essere lasciato sull'altra sponda prima di rivelare al traghettatore il segreto per liberarsi dall'incantesimo.
Al suo ritorno, salvo e trionfante con i tre capelli, il ragazzo non incontr il sorriso del re, ma l'entusiastica accoglienza della sua innamorata lo ricompens di ogni fatica. Il re, malgrado la delusione per il fallimento del suo piano, rimase comunque ad ascoltare il racconto del viaggio e, quando seppe del torrente che scacciava la vecchiaia e delle mele che guarivano dalle malattie, decise di volere quei beni anche per s.
La giovinezza e la salute erano infatti per lui tesori pi preziosi dei capelli d'oro.
Solo, senza scorta, galopp fino al lago scuro dove ordin al traghettatore di portarlo sull'altra sponda. La barca bianca non era ancora arrivata a destinazione quando il vecchio, con un pretesto qualsiasi, chiese al re di reggergli i remi per un attimo e poi, con un'agilit insospettabile per la sua et, salt a riva, finalmente libero.
Per il re, invece, non ci fu via di fuga. Era caduto nell'incantesimo e ora era condannato a remare per l'eternit e a riflettere sull'implacabilit del fato. Il figlio del carbonaio spos invece la principessa, come era stato deciso fin dalla sua nascita.

In passato, quando gli dei abitavano la terra, le donne mortali temevano di incontrare degli stranieri che si dichiarassero innamorati di loro, poich c'era il pericolo che si trattasse di demoni, spiriti o perfino divinit. Le disgrazie causate da questi incontri venivano narrate nelle canzoni e nelle storie dei bardi, ed erano ben note a tutti gli esseri umani, dai Balcani fino all'estremo nord nelle spiagge desolate dell'Islanda.
Una di queste leggende raccontava le vicende di Florilor, una pastorella che portava le sue greggi nei pascoli della Romania. In estate la ragazza accompagnava le sue pecore sulla cima pi alta dei monti, la pi vicina al sole. Sciogliendosi i capelli, si sdraiava sui prati fioriti della montagna guardando il cielo.
Ogni giorno, i raggi del sole splendevano pi caldi e pi a lungo sul viso di Florilor. Un pomeriggio, mentre dormiva sui prati, sent il caldo farsi sempre pi forte. La luce del sole sembrava bruciare attraverso le sue palpebre chiuse e lei nascose il volto nell'erba alta. Quando decise di alzarsi per cercare riparo all'ombra si accorse che davanti a lei si trovava il dio sole in persona ardente di desiderio.
Aveva notato la bellezza perfetta della ragazza dal cielo e ormai da tempo si fermava ad ammirarla ogni giorno un po' pi a lungo; ora aveva finalmente deciso di scendere per reclamare i suoi favori. Tese alla ragazza una mano splendente in un gesto che voleva essere un invito e un ordine.
Proteggendosi gli occhi con la mano, la ragazza distolse lo sguardo dal dio. Florilor temeva non tanto il bianco calore del suo tocco, ma il gelo del crepuscolo nel momento in cui lui l'avrebbe lasciata sola.
Inginocchiandosi tra i fiori, la ragazza scosse il capo in segno di rifiuto.
Troppo orgoglioso per chiederle di nuovo di concedersi a lui, il dio non volle prendere la ragazza con la forza. Prefer, invece, punire la sua insolenza con una sola parola, trasformandola in una pianta di cicoria. Ecco perch la cicoria fu destinata a inseguire il cammino del sole nel cielo con i suoi fiori dai tanti petali durante il giorno e a richiudersi umilmente la sera.
Anche le vergini immortali correvano dei rischi quando esseri pi potenti si innamoravano di loro, causando gelosie e rivalse.
Generazioni di bardi, che vagavano nelle terre dell'Irlanda lavate dalla pioggia, hanno narrato la storia di Etain, una fata che abitava le rocce della costa occidentale. La descrizione di Etain fatta da un poeta celtico descriveva meglio di tutte le altre la sua bellezza: "I suoi occhi erano blu come giacinti, le sue labbra rosse come il cuoio dei Parti. Alte, morbide e delicate erano le sue spalle, bianche le sue lunghe dita. Bianchi come la schiuma di un'onda e morbidi come lame erano i suoi fianchi slanciati. La luce dell'amore brillava nei suoi occhi, il rossore del piacere colorava le sue gote".
L'unico specchio di Etain era una pozza tra le rocce. Un giorno, mentre si pettinava i capelli, sulla superficie d'acqua apparve l'immagine tremolante di un volto sconosciuto. Si trattava del principe Midhir l'Orgoglioso, figlio di Dagda, dio delle fate. Con una voce dolce come una melodia, colmo dell'incanto della sua specie divina, il principe si mise a corteggiare la fata. Mentre Etain si lasciava cullare dalla musica e dalla magia di quelle parole, Midhir la prese tra le braccia e la strinse a s.
Trascorsero cos, amandosi, tutta la notte e il mattino dopo si misero entrambi in viaggio verso Bri Leith, la dimora del principe, a nord del paese.
Quando il seguito di Midhir usc dal palazzo per andare incontro al proprio signore, Etain vide che alla guida vi era una donna, vestita con abiti molto lussuosi, il cui sguardo possessivo sembrava non perdersi nemmeno un dettaglio. La ragazza cap immediatamente che la donna era la moglie di Midhir e che lei si trovava quindi l non in veste di sposa, ma di amante e rivale. La moglie di Midhir si chiamava Fuamnach ed era una principessa delle fate che conosceva l'arte della stregoneria. In preda alla rabbia e all'odio, si ferm a osservare Midhir che aiutava Etain a scendere da cavallo. Il marito le and subito incontro sorridendo, con la speranza di placare la sua ira e di farsi perdonare la trasgressione, i suoi tentativi risultarono per vani, perch la principessa alz il bastone e colp Etain al volto con tutta la sua forza.
Immediatamente, la ragazza cominci a perdere la sua forma e la sua sostanza e si dissolse in uno specchio d'acqua, ai piedi di Fuamnach. Mentre la strega si ergeva imponente e fiera del proprio incantesimo, lo specchio d'acqua riprese a cambiare forma per assumere quella di un serpente sibilante parole di rimprovero, poi quella di una farfalla che vol via nell'aria, Fuamnach si rese conto solo in quel momento di avere a che fare con un essere immortale. Rimase a osservare per un po' il battito delle ali nella luce del sole, poi riprese il suo posto al fianco del marito. Midhir, che temeva di sfidare i poteri magici della moglie, pianse di nascosto la scomparsa della sua amata Etain per diversi giorni fino a quando, nella brezza di un mattino, la farfalla gli riapparve. Gli vol intorno diffondendo nell'aria una fragranza dolcissima e una melodia soave. Midhir sapeva che quella fragile creatura, troppo delicata per poter essere toccata, era tutto quello che rimaneva di Etain. La farfalla continu a seguire Midhir giorno e notte. Fuamnach si stanc presto di quella creatura che le ricordava perennemente l'infedelt del marito e che riusciva sempre a sfuggire al tocco del suo bastone. E cos, alla fine, invocando tutti i suoi poteri pi oscuri, origin una tempesta i cui venti amari trascinarono la farfalla lontano, fino alle rocce in cui una volta Etain viveva.
L, la delicata creatura cadde al suolo, tra le dure rocce e l'acqua salata che bagn le sue ali impedendole di rialzarsi in volo.
Prigioniera del mare e della tempesta, la farfalla continu a soffrire in tal modo per sette anni, fino a quando un altro principe delle fate, il fratellastro di Midhir, Oengus, si trov a vagare tra quelle rocce. Il principe not subito lo splendore e la bellezza di quelle ali costrette a non volare e decise di raccogliere la creatura e portarla via con s. Una volta a casa, prepar un rifugio colmo di fiori profumati per la farfalla e una gabbia di cristallo che inizi a portarsi dietro ovunque. Con il suo sguardo che poteva vedere
ben oltre il semplice presente, egli aveva
capito che non si trattava di un semplice
insetto alato. I suoi pensieri arrivarono a toccare quelli di Etain e a scoprire infine che, dietro i colori dell'arcobaleno dipinti su quelle ali, si celava uno spirito umano. Oengus, tent con tutti i suoi poteri segreti di liberare la creatura dalla sua cattivit. Per settimane non cess di pronunciare formule magiche, di tentare sortilegi, di raccogliere per prati e boschi erbe magiche utilizzate per guarire le fate. Tutti questi sforzi portarono, dopo un po' di tempo, a un qualche risultato: ogni notte Etain riusciva a tornare alla sua forma originaria e il principe poteva dormire cos tra le braccia della splendida fata. La metamorfosi durava per solo poche ore perch, all'alba, il suo corpo si restringeva, i suoi lineamenti scomparivano e il suo corpo riprendeva l'aspetto di una farfalla. La stregoneria di Fuamnach, forgiata dalla gelosia e dall'orgoglio di una moglie tradita, rimaneva pi forte di qualsiasi potere di Oengus. Sebbene il principe avesse fatto di tutto per mantenere il segreto, non pot tenere nascosta la cosa ai servi che vivevano nella stessa casa. Cominciarono a girare voci sempre pi insistenti nelle cucine e nelle stalle; i servi ne parlavano mentre preparavano il pane o spazzavano i saloni e ben presto la storia di Oengus e della sua strana amante viaggi attraverso le strade solcate dai carri, in terre anche molto lontane dai possedimenti del principe.
Quando la notizia raggiunse Bri Leith, Fuamnach cap subito che si trattava della sua rivale. Invit allora Oengus a visitare Bri Leith e, al suo arrivo, lo accolse molto calosamente. Gli offr la stanza migliore e insist perch fossero i suoi servitori a portare i bagagli del principe.
Poi ordin che si preparasse un banchetto di piatti rari e particolari squisitezze per ristorarlo dal viaggio.
Mentre lui era occupato ad assaggiare un cinghiale arrosto e una scelta dei vini migliori che la cantina poteva offrire, Fuamnach si scus un momento e lasci la sala. Si infil nella camera da letto dell'ospite, apr la gabbia di cristallo e, quando la farfalla fu libera, invoc un'altra tempesta che trascin di nuovo la creatura lontano.
Spinta dai venti, la farfalla attravers campi e strade fino a che un'ultima folata non la fece urtare contro il tetto di un'imponente fortezza dell'Ulster. Era la casa di un mortale di nome Etar. La creatura precipit dentro il camino e fin nel fumo del focolare della sala da pranzo. Mentre vagava senza vedere o capire dove fosse cadde dentro il bicchiere di vino della moglie di Etar che la ingoi insieme alla bevanda.
Sebbene la donna fosse gi robusta, nelle settimane seguenti continu a ingrossarsi vistosamente. Dopo nove mesi partor una figlia di incredibile bellezza e, a chi gli chiedeva come l'avrebbe chiamata, rispondeva "Etain", anche se non aveva mai sentito prima quel nome.
La bambina crebbe mantenendo tutte le promesse della sua bellezza. Quando Eochy, re degli irlandesi, si mise in viaggio per cercare la ragazza pi graziosa del regno da sposare non and oltre la fortezza di Etar. Vestita di abiti raffinati che splendevano con i colori delle ali di una farfalla, Etain spos il re e govern con lui su tutte le terre dell'Irlanda.

I Re Guerriero che Sfid una Da.
Molte migliaia di anni fa, nell'epoca della grande alluvione che port alla quasi totale scomparsa del genere umano, viveva in Mesopotamia un re guerriero di nome Gilgamesh, sovrano di Uruk, che pass alla storia per il suo incredibile coraggio, le sue eroiche imprese e la sua triste fine. Aveva infatti osato sfidare una potente da, che si vendic di lui senza provare alcuna piet.
Gilgamesh venne al mondo gi
adulto, per due terzi dio e un terzo uomo. Sua madre era una da da cui aveva ereditato una forza sovrannaturale e una bellezza disarmante; dal padre, un sacerdote, aveva invece ricevuto la sua mortalit. Cos, sospeso tra il divino e l'umano, Gilgamesh mostr da subito molta irrequietezza e lo spasmodico bisogno di raggiungere l'immortalit.
Sembrava che le energie per raggiungere il suo scopo non avessero limiti: Gilgamesh passava da un combattimento all'altro senza un attimo di sosta.
Ben presto per il popolo di Uruk si stanc della sete di gloria del proprio re che, quando non trovava nemici da combattere, lottava contro i figli della sua stessa citt. E cos, privati del bene della sicurezza, i sudditi di Gilgamesh si rivolsero agli di per essere liberati da questa condanna. Gli di diedero ascolto alle loro suppliche e mandarono sulla terra Enkidu, un potente semidio, per distrarre il sovrano assetato di gloria e piegare la sua forza.
Sebbene non fosse possibile per un umano avere pi coraggio e pi orgoglio di Gilgamesh, Enkidu, per la sua natura divina, era certamente un degno sfidante. Era alto, bello e forte come una stella. Gli di lo fecero scendere in mezzo alla campagna e gli mandarono incontro il re di Uruk disarmato. I due eroi combatterono come giganti per diversi giorni, arrivando a spaccare la terra stessa con le loro grida. Quando finalmente Gilgamesh riusc a sconfiggere Enkidu, lo guard negli occhi e si accorse di amarlo con tutto il cuore.
Da quel giorno in poi il re ricopr Enkidu di ricchezze di ogni tipo e lo fece sedere alla sua sinistra costringendo tutti i sovrani degli altri popoli a inchinarsi davanti a lui. Enkidu da parte sua serv il suo benefattore con la pi pura lealt e la pi profonda devozione. Insieme i due viaggiarono per il pianeta in cerca di avventure. Insieme osarono entrare nella Grande Foresta dei Cedri, dove Gilgamesh ammazz il mostruoso guardiano chiamato Khumbaba, chiamando in suo aiuto tutti gli elementi della natura: la terra, l'aria, il fuoco e l'acqua. La sua gioia per questa vittoria fu per prematura, perch proprio da quell'episodio inizi la sua rovina.
Fu infatti in quell'occasione che, impressionata dal suo coraggio, una potente da s'innamor di lui.
Provato dal tanto viaggiare e bagnato del sangue di Khumbaba, lo stanco Gilgamesh, mentre il suo cuore cantava l'inno della vittoria, decise di prendersi qualche momento di riposo. Ridendo, si spogli degli abiti sporchi e si immerse in acqua. Dopo il bagno, ristorato, si rivest con le sue vesti migliori e indoss la corona di Uruk.
Pensava di essere solo, ma ogni suo movimento era stato in realt osservato da Ishtar, la da dell'amore, che lo spiava di nascosto.
Ishtar voleva a tutti i costi Gilgamesh, non poteva pi resistere. Dopo averlo a lungo rincorso, afferr l'eroe dei suoi sogni per una manica e gli ordin di sposarla, promettendogli in cambio tutti i lussi del cielo.
Sebbene sapesse che il potere di Ishtar era grande perch ella era anche la da della guerra, Gilgamesh rifiut: "Non solo non ti voglio come mia sposa, ma non ti amer neppure per una notte".
Allontanando la divina creatura che tentava di toccarlo, fece l'elenco di tutti gli amanti mortali che la da aveva avuto e che aveva poi abbandonato. "Non voglio certo fare la stessa fine" prosegu il re guerriero. "Inoltre, il mio amore e la mia attenzione sono ormai solo per Enkidu e nessuna donna sarebbe pi in grado di interessarmi".
Dopo il secco rifiuto, con un inchino, il re si conged dalla da e prosegu il suo cammino.
Ishtar era troppo scossa dalla rabbia per riuscire a rispondere con prontezza. Non era mai stata rifiutata prima. Decise allora di correre immediatamente alla corte di Anu, il padre di tutti gli di, e di gettarsi ai suoi piedi. "Venerabile Anu, padre di tutti gli di, lavate il torto che ha subito la vostra figlia devota. Vi prego, chiamate il Toro del Cielo e speditelo a incornare e uccidere Gilgamesh". Anu per esitava; il Toro del Cielo era una belva talmente temibile che veniva normalmente tenuta al di fuori del creato e Gilgamesh sicuramente non si meritava tutto questo. Il padre degli di era convinto dell'onest del re di Uruk e ben sapeva che Ishtar era davvero una da traditrice e volubile. Vedendo la sua incertezza, Ishtar inizi a gridare: "Se non chiamerete il potente Toro io spalancher le porte dell'inferno e le anime dei morti andranno a mangiare il cibo dei vivi". Di fronte a un tale rischio, Anu dovette cedere.
Il Toro si annunci al mondo dei mortali con tuoni e terribili versi. Battendo i suoi pesanti zoccoli provoc la morte di un centinaio di uomini valorosi mentre quando grid la sua sfida a Gilgamesh ne ridusse altri duecento in pezzi.
Gilgamesh e Enkidu si armarono rapidamente e andarono ad affrontare il bruto. Vedendo la vittima prescelta, il Toro, in segno di derisione, sbuff facendo finire i due eroi contro le mura di Uruk. Enkidu, per, recuper presto i suoi sensi e riusc a salire in groppa alla bestia e ad afferrarla per le corna. Il Toro salt e si agit ma non riusc a disarcionarlo. Cogliendo al volo l'ottima occasione, Gilgamesh afferr l'animale per la coda e lo trafisse con la lancia. La bestia cadde al suolo sconfitta e Gilgamesh ne estrasse il cuore.
Sia gli di che gli uomini restarono ammirati dall'impresa dell'eroe, mentre Ishtar era sempre pi furiosa. Attravers la citt lanciando ogni sorta di maledizione contro Gilgamesh. Avendo sentito le parole della da, Enkidu strapp allora la pelle al toro e, ancora insanguinata, la gett nella direzione da cui veniva la voce, gridando che avrebbe fatto lo stesso con lei se fosse riuscito a metterle le mani addosso e che l'avrebbe legata nei suoi stessi visceri per essere certo di averla sconfitta. La gente ammir l'audacia di Enkidu e proclam Gilgamesh il pi nobile degli eroi.
Ishtar meditava intanto la vendetta: quanto ancora doveva essere umiliata da quel re arrogante e dal suo amichetto per cui lei era stata rifiutata?
Alla fine cap come avrebbe torturato Gilgamesh fino a farlo morire di dolore: avrebbe avvelenato i sogni di Enkidu.
All'inizio, gli incubi che tormentavano i sonni del giovane gli mostravano immagini degli di riuniti in consiglio che lo giudicavano colpevole di aver aiutato Gilgamesh a
uccidere il Toro del Cielo. Si svegliava terrorizzato di essere stato condannato a morte. Allora Gilgamesh lo rassicurava e lo calmava fino a quando Enkidu non riusciva a riaddormentarsi. Il male stava per rodendo l'anima di Enkidu, il quale ben presto si convinse di essere destinato a una morte prematura e si lasci paralizzare da un delirio di terrore che gli impediva di fare qualsiasi cosa. Trascorreva le sue giornate a letto, tra la veglia e il sonno. Dovunque la sua mente ormai malata si rivolgesse, vedeva solo morte.
Incapace di proteggerlo o aiutarlo, Gilgamesh sedeva al capezzale del letto senza muoversi. Enkidu pianse talmente tanto per il suo tremendo destino che il terzo giorno lav via i suoi occhi e si ritrov completamente cieco. Il decimo giorno di strazio, Enkidu torn improvvisamente lucido: prese la mano del re e, con la voce di chi stava abbracciando la morte, disse che gli di alla fine erano riusciti a distruggere anche un amore profondo come il loro perch lui, Enkidu, doveva morire.
Gilgamesh si alz, usc sui gradini del palazzo e affront la folla che attendeva. Il suo viso portava segni profondi, come se avesse fatto un lunghissimo viaggio. Scosso dal dolore, parl dell'amore che lo legava a Enkidu, l'unico uomo che avesse potuto chiamare fratello. Con queste parole torn al capezzale e ascolt il cuore dell'amato: era fermo e i muscoli avevano iniziato a irrigidirsi. Pezzo a pezzo Gilgamesh si svest di quegli abiti che avevano acceso il desiderio di Ishtar e, come una madre privata dei suoi cuccioli, il potente eroe si accasci ai piedi di Enkidu e pianse fino all'alba. Poi, mentre la citt ancora dormiva, si vest con la pelle di un leone, si ritir nelle campagne dove gli era apparso Enkidu, portando con s un dolore che niente avrebbe consolato.

L'Ira di Artemide.
Tra tutte le divinit conosciute dagli antichi, Artemide, figlia di Zeus e sorella di Apollo, da della caccia e della guerra, era senza dubbio una delle pi onorate, rispettate e, giustamente, temute. Fin dalla nascita aveva ricevuto enormi poteri, anche se spesso tra loro contraddittori: era protettrice della natura selvaggia, specialmente dei cuccioli, ma era anche la patrona dei cacciatori e niente la divertiva pi dell'inseguimento e dell'uccisione di un cinghiale o di un cervo sulle pendici dei monti. Era la guardiana della castit e la guaritrice dei malati e le donne in travaglio invocavano il suo nome per avere un parto senza dolore. Allo stesso tempo, per, Artemide non esitava a spargere morte e rovina tra gli esseri umani che con il loro comportamento la facessero adirare. La gente non era in grado di dire con esattezza quali azioni la offendessero maggiormente e cos, in genere, si parlava di lei con il massimo rispetto per timore dei suoi terribili e leggendari capricci.
Artemide, per, non era propriamente capricciosa: la da sapeva benissimo ci che la infastidiva e agiva sempre secondo azioni a lungo meditate. Per sfuggire ai quotidiani litigi degli di, si era ritirata tra le foreste delle montagne, frequentate solo da ninfe e animali scelti. In questo modo si era conquistata un'indipendenza che pochi altri di avevano e del suo territorio era signora e padrona.
Se qualcuno osava, anche solo involontariamente, violare la sua propriet, la da della caccia era pronta a mostrare il lato pi temibile di s.
Una delle sue vittime pi note fu il principe Atteone, figlio di Cadmo, la cui grossolana e innocente trasgressione lo condusse cos a una morte particolarmente crudele
Come la da, anche Atteone amava cacciare e cavalcava spesso per i monti in cerca di sfide sempre nuove e sempre pi difficili. Un giorno, mentre il mezzogiorno avev accorciato le ombre e seccato il sangue delle tante bestie che Atteone aveva uccise, il principe richiam i suoi servitori e accompagnatori, si congratul con loro e li invit a tornare in citt con i trofei.
Mentre i servitori svolgevano il compito che era stato impartito loro, Atteone scese da cavallo e cominci a vagare per la foresta fino ad arrivare a un luogo da tutti conosciuto col nome di Gargaphie.
Senza saperlo era finito nel luogo di caccia preferito da Artemide. Era una valle ricoperta di pini e cipressi che nascondeva nelle sue profondit, in un'oasi di erba, una grotta non troppo profonda, con una volta naturale di roccia e uno specchio d'acqua splendente.
Quando Atteone usc dal folto degli alberi rimase piacevolmente sorpreso nel vedere un gruppo di ragazze, nude e bellissime che facevano il bagno in quell'acqua.
Appena le ragazze si accorsero della presenza estranea iniziarono a urlare e cercarono di coprirsi come poterono. Atteone sorrise imbarazzato e fece per andarsene quando fu raggiunto dalla voce di una donna che tuonava di rabbia.
Le ragazze non erano comuni mortali, ma ninfe dei boschi, servitrici di Artemide e tra loro vi era la stessa da.
Convinta che Atteone l'avesse sorpresa deliberatamente per vederla nuda, Artemide lo bagn con l'acqua del piccolo lago in cui era immersa e subito sulla testa del principe crebbero delle corna di cervo.
Terrorizzato, Atteone cerc di fuggire mentre correva sentiva il suo corpo assumere nuove forme sconosciute. Corse pi veloce di quanto avesse mai fatto e presto si trov nel punto in cui il suo seguito si stava preparando a tornare in citt. Vedendo i sui uomini lanci un grido, ma dalla sua bocca usc solo un mugghio strangolato.
I cacciatori alzarono lo sguardo e si trovarono davanti agli occhi un cervo meraviglioso, la preda che ogni amante della caccia vorrebbe sognare di catturare. Afferrarono le
loro armi al volo, liberarono i cani e cominciarono la caccia al cervo, la caccia al loro signore trasformato.
Atteone indietreggi di qualche passo e cerco di sfuggire, ma il povero principe aveva allenato i suoi cani troppo bene. Lo rincorsero fin sui picchi pi alti e alla fine riuscirono a raggiungerlo e a sbranarlo.
Simili trattamenti venivano riservati anche a quegli umani che, senza riserbo, ledevano gli interessi della da. I veterani della sanguinosa campagna di Agamennone contro Troia raccontarono di come la da arriv a far quasi perdere la guerra al loro capo.
Molto prima del rapimento di Elena di Troia e dell'inizio della guerra, Agamennone aveva ucciso un cervo, senza sapere che quell'animale era particolarmente caro ad Artemide. La da attese per la sua vendetta il momento in cui Agamennone fu nominato capo della spedizione achea ed ebbe condotto pi di mille navi nella regione dell'Aulide.
A quel punto, lo colp con la sua vendetta mand i venti per impedire che l'armata si avviciasse al porto e fece scendere la peste
sui soldati fermi nelle navi. Capendo che tale coincidenza di disastri non poteva avere un'origine umana, Agamennone
mand a chiamare il veggente Calcante e gli chiese di fornirgli una spiegazione dei fatti. Messosi in contatto con il divino, Calcante raccont al generale del cervo ucciso e gli disse che l'unica ricompensa possibile era il sacrificio dell'amatissima figlia del generale, Ifigenia.
Per quanto inorridito dalla richiesta, Agamennone era consapevole che quello era l'unico modo per ripagare il danno fatto e placare la vendetta di Artemide.
Chiam Ifigenia per raccontarle dell'accaduto, ma quando la fanciulla si avvicin a lui sorridendo e gli baci la mano, il suo cuore non resse e riusc a raccontarle solo menzogne.
Le disse che aveva deciso di sposarla ad Achille, il pi celebre e il pi affascinante dei capi achei. Ifigenia rise per la gioia e batt le mani entusiasta mentre il senso di colpa stava trafiggendo Agamennone come fosse un coltello avvelenato.
Ifigenia fu allora ornata con ghirlande e portata all'altare dove attese, raggiante, l'arrivo del suo futuro sposo. I sacerdoti, nel frattempo, attendevano il segnale di Agamennone per ucciderla. Alle spalle della figlia Agamennone piangeva in ginocchio. Dopo qualche minuto di strazio, costringendosi ad alzarsi, fece un cenno ai sacerdoti perch estraessero i pugnali.
In quello stesso istante Artemide, che aveva visto l'anima di Agamennone in preda al rimorso, port via la ragazza lasciando al suo posto un cervo bianco per il sacrificio. Poi Artemide finalmente appagata dal comportamento di Agamennone, fece soffiare di nuovo i venti, plac la peste e lasci che il condottiero partisse con il suo esercito.
Ifigenia rimase invece con la da, che la fece diventare una grande e fedele sacerdotessa del suo tempio.

Un peccato di Vanita' e un Crudele Castigo.
Nel triste elenco delle punizioni divine per gli errori umani, si distinguono per crudelt e orrore gli episodi in cui le divinit si sentivano chiamate a dimostrare i propri poteri, messi in dubbio da mortali incoscienti. Un caso simile  ben rappresentato dalla storia di Niobe, una regina greca che offese la vanit di una da e and incontro alla pi amara, crudele e terribile delle vendette.
Niobe aveva molti motivi per essere orgogliosa: alta e bella, era la figlia di Tantalo, un tempo l'amico pi intimo di Zeus stesso. Con il suo nobile marito Amfione, aveva costruito la grande Tebe su cui ora regnava. Il suo nome era cantato dai poeti di tutta la Grecia anche perch aveva dato vita a sette splendide figlie femmine e sette valorosi figli maschi, suo vero motivo di orgoglio.
In occasione di una cerimonia pubblica Niobe ebbe la malaugurata idea di proclamarsi pubblicamente la madre migliore del cielo e della terra, causando cos la sua rovina e quella dei suoi figli tanto adorati.
Ogni anno il popolo di Tebe celebrava una festivit in onore di Latona, un'antica amante di Zeus e madre di Artemide e Apollo. In uno di questi giorni sacri, un orgoglio accecante spinse Niobe a lanciare una sfida terribile. Sal fino all'altare sacrificale, spinse via i sacerdoti e si rivolse alla folla ammutolita.
"Perch" grid "vi umiliate cos davanti a una divinit minore che fingete di aver visto ma di cui, in realt, non sapete nulla? Chi  mai questa giada bandita dal letto di Zeus che ha partorito solo due figli per di pi frutto di una passione illecita? Perch non onorate invece me, Niobe, una donna sposata dignitosamente e madre dei pi meravigliosi figli della terra e del cielo? Non sono forse io, pi di quella sgualdrina, una prova tangibile della gloria della maternit?".
I cittadini di Tebe, spaventati dalle dichiarazioni della regina, mormorarono qualcosa e si allontanarono nelle proprie case dove cercarono di terminare i riti nel modo migliore per calmare la furia di Latona. La da aveva per assistito a tutta la scena in compagnia dei suoi figli; il sacrilegio di Niobe l'aveva lasciata ammutolita e non sarebbero bastati dei normali riti per placare la sua ira. La grave offesa esigeva una vendetta esemplare. A un cenno della madre, le due divinit si nascosero nelle nubi e corsero a renderle giustizia. Arrivarono a un padiglione dove, ignari dell'accaduto, i figli di Niobe si stavano esercitando con le armi.
Apollo e Artemide tirarono fuori i loro archi e, uno a uno, li uccisero tutti e sette.
La notizia del massacro giunse presto a palazzo. Amfione, distrutto dal dolore, scelse di morire tagliandosi la gola; Niobe, radunate le figlie, si rec sul luogo della tragedia. Alla vista della carneficina le ragazze caddero in ginocchio a piangere sui corpi dei fra telli. Invisibili, le due divinit ricominciarono a colpire. Sei ragazze caddero a terra urlando di dolore e terrore mentre la settima, pensando di poter essere risparmiata, corse in lacrime dalla madre. Artemide, per, implacabile, prendendo con calma la mira, uccise anche l'ultima delle figlie di Niobe. Per tutto il tempo la regina aveva solo taciuto: l'orrore l'aveva infatti trasformata in una gelida pietra. All'improvviso, una potente ventata attravers la pianura e raccolse la Niobe di pietra, trasportandola fino alla cima del lontano monte Sipylus. L, dicono i bardi e i poeti, rimase per sempre esposta al freddo e all'acqua, a piangere la propria follia e la perdita dei suoi figli.

 Fra le Craccia della Corruzione.
Talvolta la ruota della fortuna girava senza alcun intervento evidente da parte divina, nell'antica India si raccontava la storia di un ragazzino che aveva saputo fare buon uso di un talismano ricevuto in eredit, a spese di un sovrano indegno che per il suo comportamento non si meritava altro che la rovina.
Le origini del ragazzo erano avvolte nel mistero. Si diceva che il padre appartenesse a una delle caste pi alte, ma che la madre fosse una strana creatura, per met donna e per met spirito, e che avesse allevato il figlio in una landa deserta. Un giorno, desideroso di conoscere la societ degli uomini, il ragazzo decise di abbandonare la sua solitaria terra natale per Benares, la citt pi sacra dell'India.
Arrivato il momento della partenza, la madre, molto addolorata, don al figlio un talismano dai poteri magici e il segreto per poterne usufruire.
"Se seguirai saggiamente le mie indicazioni" disse la donna "questa antica pietra sar in grado di scovare le impronte degli uomini, per quanto possano essere invisibili, e di rivelarne l'identit".
Il giovane arriv a Benares, una metropoli indaffarata dove enormi ricchezze erano state accumulate da generazioni di governanti grazie alla costante presenza di pellegrini in adorazione nei luoghi sacri. I beni e le risorse della citt erano in quel momento nelle mani di un re avaro e mediocre, la cui unica preoccupazione era quella di aumentare il proprio tesoro.
La prima cosa che fece il ragazzo fu di andare a palazzo per vedere il gran visir. Raccont al ministro dei poteri che gli conferiva il suo magico talismano e si offr di metterli al servizio del re. "In particolare" fece notare "sar in grado di rintracciare qualsiasi ladro e di recuperare, cos, quei tesori chi venissero rubati". Il re fu entusiasta di assumere il ragazzo e, dopo un po' di contrattazione, gli concesse una diaria giornaliera per i suoi servigi.
Per alcuni mesi l'accordo sembr soddisfare entrambi. Essendo noti a tutti i poteri del ragazzo, nessuno tentava pi di rapinare il re. Il ragazzo si limitava a ricevere il suo stipendio e a trascorrere una vita tranquilla tra gli agi del palazzo. Presto, per, il re cominci a nutrire rancore per il denaro che doveva dare a quel ragazzo che non aveva mai nemmeno dovuto dimostrare le proprie capacit.
Chiam il visir e gli confid i suoi sospetti: "E se questo ragazzo fosse solo un misero truffatore che ha trovato un modo facile per vivere nel lusso? Penso sia meglio verificare le sue capacit di persona, mettendo in scena un furto".
Cos, la notte seguente, il re e il ministro entrarono nella sala del tesoro nascosti sotto abiti scuri e scelsero tra i favolosi oggetti ammucchiati l dentro alcuni meravigliosi gioielli e grandi quantit di denaro fino a riempire diverse borse, che si caricarono in spalla prima di mettersi alla ricerca di un buon nascondiglio.
Indossando soffici pantofole fecero tre volte il giro del palazzo, passando, senza lasciare alcuna traccia visibile, prima sul freddo marmo delle terrazze e poi sui sentieri candidi che attraversavano il giardino profumato.
Con l'aiuto di una scala scavalcarono anche un muro, arrivando alla fine a un laghetto circondato di pietre. L gettarono il bottino in acqua. Quando lo videro affondare fino a scomparire, tornarono sui loro passi, certi che nessuno li avesse visti.
Il mattino dopo il re diede l'allarme. Il ragazzo si mise subito al lavoro. Dalla sala delle udienze dove il re l'aveva ricevuto, and immediatamente alla sala del tesoro. Poi, accompagnato in silenzio dallo stesso re e dal suo ministro e seguito a distanza da una folla di cortigiani affascinati dal prodigio, cammin per tre volte attorno al palazzo, attravers senza esitazioni il giardino, mand a chiedere una scala per scavalcare il muro in un punto particolare, attravers anche il prato e si ferm senza esitazioni davanti al laghetto. L, mand a chiamare qualcuno che si immergesse e ripescasse ci che c'era sul fondo.
Mentre aspettavano, il ragazzo riflett con pi calma su tutta la storia. Mentre seguiva le doppie impronte davanti a lui, il talismano gli rivel che corrispondevano esattamente a quelle dei due uomini che lo accompagnavano in silenzio. Non fece parola delle sue perplessit e disse semplicemente che riconosceva le impronte di due uomini "distinti".
Quando furono riportate in superficie le borse con il tesoro si alz dalla folla un grido di gioia. Il ragazzo not, per, che il re non sembrava esprimere alcuna soddisfazione per il ritrovamento.
Ancora sospettoso si consult con il visir per poi rivolgersi al ragazzo: "Ora che hai ritrovato la refurtiva, perch non usi i tuoi poteri magici per rivelarci l'identit dei colpevoli di un simile reato?".
Temendo le conseguenze che avrebbe provocato la sua risposta, il ragazzo cerc di sviare la richiesta: "Vostra Maest, senza alcun dubbio la cosa pi importante  che il bottino sia stato recuperato".
"Io voglio assolutamente sapere il nome di questi criminali" insistette il re.
All'insaputa dei suoi sudditi, lui e il suo visir da tempo sottraevano oro alle casse dello stato per riempire le proprie borse e il re adesso doveva sapere fino a che punto si spingessero i poteri del talismano e se rappresentassero per lui una vera minaccia.
"Vostra Maest, siate cauto" riprov il ragazzo, desideroso di evitare una crisi "pensate alla situazione in cui vi trovereste se si scoprisse che il colpevole  una persona di cui Voi vi fidate ciecamente".
Il re rise, evidentemente incapace di cogliere il senso di un avvertimento anche cos esplicito. "Senza alcun dubbio" annunci "l'accusato sar immediatamente allontanato da palazzo".
Alla fine il ragazzo si arrese. "La verit  questa: la vittima del furto ne  anche il colpevole, accompagnato dal suo fidato gran visir".
All'inizio la folla non poteva credere a una simile rivelazione. Poi i presenti cominciarono a mormorare tra s criticando l'ignobile inganno perpetrato dal loro sovrano. Le domande si susseguirono alla velocit della luce: dove erano finiti i soldi delle tasse con cui si doveva costruire un ostello per i poveri? Perch il tesoro del re era colmo di gioielli e denaro quando i granai erano vuoti? Come aveva fatto il visir a costruirsi un palazzo in campagna grande quasi quanto quello del re?
Di fronte a tanti sguardi di rimprovero, i due malfattori si resero conto che non erano solo le loro impronte a venire esposte in quel frangente.
Il re fu presto costretto ad abdicare e a ritirarsi in esilio con il disonorevole visir mentre il ragazzo ricevette la gratitudine del popolo e, con il tempo, divenne lui stesso re della citt sacra di Benares.

 Un errore a buon fine.
Un'antica storia cinese racconta delle origini del mondo, di quando l'Imperatore dei Cieli governava dal suo trono tra le stelle e la gente lavorava di continuo i campi sulla terra. Rivolgendo in basso il suo sguardo, l'Imperatore fu rattristato nel vedere quanto duramente lavorassero i suoi sudditi e quanto fossero affamati. Decise cos di garantire loro una razione minima di cibo per sfamarli.
Stabil che avrebbe distribuito un pasto ogni tre giorni e che quello doveva essere sufficiente per tutti. Desideroso di far conoscere la sua generosit, chiam uno dei suoi galoppini, la stella di nome Bue, perch scendesse ad annunciare la notizia agli uomini.
Non sappiamo come la stella scese sulla terra o cosa pensarono i contadini vedendola arrivare e nemmeno se furono felici di sentire il suo annuncio. Quello che ci viene raccontato  invece la reazione dell'Imperatore alle parole di Bue. La bestia celeste aveva fatto un po' di confusione con il messaggio e aveva promesso tre pasti ogni giorno invece di uno ogni tre. L'Imperatore era furioso perch le sue parole, sia che venissero annunciate da uno stupido servitore o da lui stesso in persona, avevano il peso di vere e proprie pietre e diventavano ineluttabili come i monsoni.
 Sebbene non ci fosse alcun modo per cui i contadini potessero produrre abbastanza cibo per riempire le loro pentole e le loro ciotole tre volte al giorno, l'Imperatore dei Cieli fu costretto a mantenere la parola cos come l'aveva pronunciata il suo messaggero. Dal momento che era stato il Bue a commettere l'errore, l'Imperatore lo pun costringendolo a vivere sulla terra e ad arare i campi per l'eternit.
Tu cos che un errore frutt infiniti benefici per tutta l'umanit.

 La rovina di un bugiardo.
In certi casi le attenzioni non desiderate dei mortali potevano rivelarsi altrettanto dannose di quelle degli di. Ecco cosa accadde a una donna palestinese di nome Zillah, che soffr orribili pene per opera del suo vicino Flammei.
Flammei era un mercante talmente ricco da potersi permettere ogni cosa che desiderava. Sulla terra le sue carovane percorrevano ininterrottamente le strade che attraversavano i deserti dell'Africa e dell'Asia trasportando ambra, metalli preziosi, sete e spezie. In mare la sua flotta mercantile dominava il commercio con il mondo occidentale e portava gli schiavi nei mercati di Atene e Alessandria. Tuttavia, tutti i suoi beni e le sue ricchezze non erano serviti ad attirare Zillah nel suo letto.
Aveva tentato prima con parole dolci e gentili ed era poi passato alle minacce, ma nessuno dei suoi tentativi aveva dato alcun frutto.
Spazientito, Flammei avvert Zillah che, se avesse continuato a negarglisi, l'avrebbe accusata pubblicamente di prostituzione e atti licenziosi.
Non si trattava di una semplice minaccia. In quel paese dalle rigide leggi, tali crimini venivano puniti con la pena di morte e la parola di un uomo pesava sempre pi di quella di una donna. Malgrado l'enorme rischio che correva, Zilliah lo rifiut ancora una volta, flammei la denunci alle autorit che, come previsto, non diedero ascolto alle proteste della donna. Zillah fu condannata al rogo sulla piazza del mercato alla presenza del suo accusatore.
Tutto era pronto per l'esecuzione dell'innocente ragazza quando si verific un fatto davvero straordinario. Sembra infatti che, appena fu acceso il rogo, una lingua di fiamme arriv fino a Flammei incenerendolo all'istante, mentre le braci ai piedi della ragazza si trasformarono in rose.
Alcuni dissero che il miracolo era opera di uno spirito guardiano, accorso in aiuto di un'innocente ingiuriata. Altri sostengono che tanta era la rabbia di Zillah per l'oltraggio subito che riusc a spingere il fuoco attraverso l'aria fino a colpire il suo accusatore.

VIAGGIATORI DELL'ETERNIT.

Nei paesi dell'Europa e dell'Asia Minore, la gente raccontava a bassa voce di incontri misteriosi con un viaggiatore, un uomo che era stato condannato a percorrere, senza sosta, le strade della terra come punizione per un terribile crimine. La pace della morte gli era stata negata e insieme a essa il conforto dell'oblio. Il suo nome e il suo aspetto cambiavano a seconda dei luoghi che attraversava e le storie che parlavano di lui erano altrettanto numerose delle impronte che il viaggiatore aveva lasciato nelle sue peregrinazioni infinite.
Spesso veniva descritto come un mendicante che vagava con un sacco in spalla. Lo si poteva vedere sgomitare nei mercati delle grandi citt o meditare sulla cima di una montagna solitaria. Talvolta lo si incontrava fermo agli incroci dove venivano sepolti i suicidi o chino sulla spiaggia mentre osservava le ossa degli uccelli morti portati dall'acqua del mare.
Secondo alcuni sapienti non si trattava in realt di un solo viaggiatore, ma di tanti spettri diversi che, ignari gli uni degli altri, attraversavano il mondo, misurando con i loro passi l'eternit.
Ognuno espiava un crimine diverso o fuggiva da una vendetta diversa. Una delle pi antiche leggende raccontava di un contadino che, alle origini del mondo, aveva ucciso il proprio fratello. Le cronache ebree lo chiamavano Caino. Reo di aver fatto conoscere l'omicidio al genere umano, fu condannato a vagare per la terra senza mai morire, con un segno in fronte che proclamava la sua colpevolezza. Si diceva anche che il suo pi grande desiderio fosse quello di tornare a lavorare la terra, ma se solo cercava di fermarsi in qualche luogo per praticare il suo antico
mestiere, le zolle toccate dal suo aratro diventavano irreparabilmente sterili. Le leggende arabe raccontavano la storia di un fabbro di nome Al-Sameri che fu vittima di un simile destino. Si trattava della persona che aveva forgiato il vitello d'oro e aveva indotto i figli di Israele in tentazione convincendoli ad adorare un falso dio, proprio mentre erano ai piedi del Sinai in attesa che Mos tornasse con le tavole della legge. Scacciato dall'ira di Mos, Al-Sameri fu condannato dal Dio d'Israele all'emarginazione e alla solitudine per l'eternit.
In Europa, gli stranieri senza morte che percorrevano i sentieri nei boschi o i prati dei cimiteri avevano nomi diversi come Giuseppe, Cartafilo, Ahasuerus o Buttadeus, che in un antico dialetto del Mediterraneo significava "colui che picchia Dio". Secondo alcuni egli era un calzolaio di Gerusalemme, o forse un soldato romano, che aveva colpito Ges Cristo durante la sua salita al Calvario. Secondo altre fonti invece Buttadeus era in realt in cammino da milioni di anni prima della crocifissione e la sua colpa aveva quindi origini ben pi antiche e misteriose.
I crimini commessi da questi peccatori erano talmente gravi da offendere sia le divinit che l'intero genere umano. Il colpevole espiava la sua terribile colpa coprendo ogni singolo centimetro del suolo terrestre, fermandosi solo per raccontare ai passanti la ragione del suo triste destino. Affinch il suo racconto fosse comprensibile a tutti, egli aveva il dono di conoscere tutte le lingue.
In qualsiasi parte del mondo si trovasse, riusciva a parlare il dialetto o l'idioma del luogo come fosse la propria madre lingua. Probabilmente aveva visitato tutte le terre talmente tante volte da aver avuto il tempo di apprendere dagli abitanti tutti gli alfabeti.
Una volta, a un comune viaggiatore, capit di incontrare un peccatore errante nelle profonde foreste dell'Argoat, in Gran Bretagna. I due fecero un pezzo di cammino insieme all'ombra di querce cos alte che arrivavano a macchiare il cielo. Il canuto straniero raccont al suo compagno di viaggio che ricordava di aver camminato nello stesso identico posto quando esso era un campo di grano, con poche ghiande sparse qua e l che scricchiolavano sotto i piedi. In un'altra occasione, un venditore ambulante svizzero riport di essersi imbattuto nel vecchio Ahasuerus che attraversava un passo delle Alpi.
L'anziano, guardando lo spoglio picco del monte Cervino, disse che la volta precedente che si era trovato in quei luoghi aveva attraversato una citt i cui abitanti vivevano prosperi e ricchi di cui ora non era rimasta alcuna traccia.
??? c' quindi da meravigliarsi che dai poeti questo strano personaggio dalle mille fogge e dai mille nomi sia stato chiamato anche "il fratello minore del Padre Tempo". Forse perch viveva al di fuori dei confini della clessidra e del calendario, egli era in grado di vedere il futuro e il passato simultaneamente. Si diceva spesso che avesse il dono di una seconda vista: poteva avvertire le vittime di pericoli imminenti, portare notizie di buona sorte o rivelare il luogo in cui era nascosto un tesoro. Non poteva per per nessun motivo sfruttare queste capacit per il proprio tornaconto. Secondo alcuni testimoni, chiedeva solo un minimo di carit per sopravvivere. Altri invece raccontavano che il sacco sulle spalle conteneva un numero prefissato di monete e ogni volta che ne spendeva una, un'altra prendeva magicamente il posto di quella mancante. In uno dei pi importanti mercati di Francoforte, in Germania, un mercante sosteneva di aver venduto al viaggiatore senza morte un cappotto usato in cambio di una moneta d'oro, che aveva poi scoperto essere stata forgiata pi di mille anni prima, come dimostrava il nome dell'imperatore che vi era inciso, di cui ormai si era persa la memoria.
In numerose storie il peccatore errante era un marinaio, che percorreva gli infiniti oceani con una nave ricolma di cadaveri. Come i suoi simili che si muovevano dalla terra, questo viaggiatore attraccava talvolta nei porti per raccontare una storia di crimini, colpe e punizioni. La sua vera condanna era per quella che espiava in mezzo alle acque dell'oceano. Nel buio della notte, i marinai avevano paura di vedere la sua nave fantasma apparire all'improvviso tra le nebbie. La conoscevano e per questo la temevano.
Si trattava in realt dello scheletro di una nave, uno scafo dalle coste rotte per il legno marcio e con le vele stracciate. I marinai olandesi talvolta incontravano l'anima maledetta di Reginald di Falkenberg, un tempo signore di un maestoso castello che sorvegliava la costa olandese. La sua sfortuna era stata quella di amare una donna amata anche da suo fratello.
Avendo scoperto della loro relazione era diventato
pazzo per la gelosia e, durante la loro prima notte di nozze, li aveva uccisi entrambi. La fronte di Reginald era rimasta per sempre macchiata dall'impronta insanguinata del fratello.
Spaventato dalla propria azione, Reginald era fuggito alla ricerca del santo eremita della foresta per chiedergli come poter espiare la colpa e ottenere il perdono. Il sant'uomo gli aveva per risposto che l'assoluzione era impossibile. Il fratricidio era stato il peccato di Caino e, come Caino, Reginald doveva essere condannato a peregrinare senza meta per l'eternit.
La storia non spiegava da dove fossero venuti i giustizieri di Reginald, se dal cielo, dall'inferno o da qualche altro luogo ultraterreno popolato dai fantasmi; raccontava per che fu infine preso dagli spiriti e condannato a trascorrere l'eternit a bordo di una nave nel mezzo del mare del Nord.
Non c'era timoniere che guidasse la nave attraverso l'intricato dedalo delle isole Frisone e nessun marinaio si arrampicava fino al pappafico. Non per questo, per, Reginald era il solo passeggero; lo accompagnavano due spettri, uno con il mantello bianco e uno con il mantello nero, che si giocavano incessantemente a dadi la sorte del loro prigioniero.
Per centinaia di anni il vascello in rovina fu visto attraversare avanti e indietro quel gelido corpo d'acqua, fino a quando, all'improvviso, scomparve per sempre. Forse a Reginald fu concesso il sollievo della morte o forse la nave gett definitivamente l'ancora nel porto dell'inferno.
Un poeta inglese dedic una ballata alla figura di un marinaio ormai vecchio e stremato tornato a terra per raccontare l'incubo del suo ultimo viaggio. Lo sguardo di quello straniero, sudicio e bagnato, riluceva di un bagliore che ipnotizzava gli ascoltatori fino alla fine del racconto, come accadde a un giovane che, mentre si recava a un matrimonio, ebbe la sventura di incontrarlo in una taverna. Il vecchio, con la sua mano scheletrica, fece avvicinare il giovane che divenne testimone di una strana e misteriosa confessione. Il marinaio inizi a raccontare di una nave portata fuori rotta da una tremenda tempesta. Venti di inimmaginabile potenza avevano trascinato il vascello verso sud fino ai banchi di ghiaccio dell'oceano Antartico. La ciurma era terrorizzata dall'assenza di qualsiasi segno di vita. Nessun gabbiano volava sopra i loro alberi, n pesci guizzavano dalle gelide acque. Gli unici suoni erano quelli
del ghiaccio che si crepava e del vento che li muoveva.
Iceberg splendenti circondarono piano piano la nave, su cui scese una fitta coperta di nebbia. Improvvisamente, per, nella nebbia apparve un uccello. Bianco come l'inverno e con un'enorme apertura alare, l'albatro volteggi sul vascello e alla fine si appollai sull'albero maestro. Pochi istanti dopo, il cielo si rischiar e il ghiaccio si sciolse. Il vascello era di nuovo libero e veleggi tranquillo. Mentre i marinai si dirigevano a nord nelle acque pi calde, l'albatro rimase con loro, seguendo in volo la loro scia. I membri della
ciurma, come tutti i marinai, erano molto superstiziosi. Alcuni sostenevano che era stato l'uccello a portare la nebbia, altri che l'albatro era lo spirito benigno che era venuto apposta per salvarli da quella situazione cos preoccupante.
La discussione si concluse quando un marinaio imbracci il suo arco e uccise l'animale. Il cadavere dell'uccello cadde sul ponte e, subito dopo, i venti smisero di soffiare. La nave si ritrov di nuovo completamente ferma. I marinai rimproverarono duramente l'uomo che aveva commesso quell'ingiustizia e gli legarono al collo il corpo dell'albatro per ricordargli la sua vergogna.
Passava il tempo e gli animi cominciarono ad avvilirsi, mentre le scorte di cibo andavano sempre pi scarseggiando, rendendo esausti i marinai.
Qualche speranza di salvezza si diffuse quando all'orizzonte apparve un'altra nave, ma ben presto fu chiaro che si trattava di una nave fantasma su cui viaggiavano due spiriti che giocavano a dadi sul ponte deserto. Uno dopo l'altro i membri della ciurma cominciarono a morire, chi per sete, chi per fame, chi per disperazione. Ogni marinaio che esalava l'ultimo respiro rivolgeva il proprio sguardo al compagno
che si era reso colpevole di quell'atto crudele verso l'uccello, tanto gratuito quanto rovinoso. Tutti stavano ora pagando per il suo peccato.
Alla fine l'unico superstite fu proprio l'uomo che aveva ucciso l'albatro. Si rese allora conto che non aveva colpito un semplice uccello, ma un dio o uno spirito celeste che era il simbolo della vita e della natura.
Il marinaio rimase ad attendere la propria morte nutrendosi di sensi di colpa e di un'angoscia che gli avvelenava la mente. In mezzo a quella scena di morte e di orrore, si trov a un tratto a osservare con
occhi nuovi quella parte dell'oceano. Si commosse alla vista dei serpenti marini dai tanti colori che fino a quel momento aveva trovato repellenti e si scopr a benedirli in quanto simboli della vita e della natura, come fossero creature celesti destinate a portargli una qualche consolazione. A quel punto, il peso dell'albatro ucciso si stacc improvvisamente dal suo collo. " I nodi fatti dai suoi compagni si sciolsero e la carcassa dell'uccello scivol in acqua. Era la ricompensa per aver saputo amare e apprezzare la vita e la natura anche in una specie cos diversa da
quella umana. Una truppa di spiriti scese a impossessarsi dei corpi dei marinai morti. Sollevandosi in piedi, i corpi ormai privi di anima si rimisero al lavoro. Le vele all'improvviso si gonfiarono di un vento che sembrava provenire da un altro mondo e la nave riprese il suo cammino. Guidata da una forza condusse il marinaio superstite -terrorizzato e incapace di reagire - alle acque costiere del suo paese natale.
Quando la nave apparve finalmente in vista, da terra fu mandata una barca di emergenza per guidarla in porto senza pericoli.
Mentre la piccola imbarcazione si avvicinava, il pilota che la guidava e i suoi compagni sentirono che c'era qualcosa di strano e innaturale: l'assenza dei marinai, un'aura di maledizione talmente totale a bordo del vascello da convincere il pilota a tornare indietro e abbandonare la nave al suo tremendo destino. Prima per che la barca potesse virare, un'improvvisa turbolenza mosse le acque della baia. Un vortice risucchi la nave della morte negli abissi, facendo scomparire la sua macabra ciurma per sempre. Fu ritrovato che galleggiava solo il corpo del marinaio che aveva ucciso l'albatro.
Sebbene duramente provato per quella tragica vicenda, il marinaio era ancora vivo.
Fu salvato e portato a terra dove non avrebbe potuto riposare fino a quando non avesse raccontato la sua storia non una, ma cento, mille volte.
Si mise allora a percorrere per tutti i punti cardinali la terra, alla ricerca di nuovi ascoltatori. Chiunque avesse prestato attenzione per caso alla sua vicenda era destinato a trasformarsi in un'anima pi triste e saggia. Fu cos che, col tempo, il marinaio riusc a espiare il peccato di aver distrutto qualcosa a lui sconosciuto: il miracolo incomprensibile della natura.


Capitolo Tre.
I MEDIATORI.

Nei racconti degli antichi saggi, spesso si narrava di entit aliene che camminavano per il mondo avvolte nelle nebbie come fossero osservatori speciali inviati sulla terra da poteri invisibili agli umani. In molte comunit essi erano conosciuti come angeli, ma si trattava di creature ben lontane dai serafici esseri alati che decoravano le vetrate delle chiese; erano i signori della luce dotati di un aspetto mutevole e di tremendi, e a volte crudeli, poteri. Erano in grado di mescolarsi alla folla in modo anonimo
oppure rimanere invisibili fino al momento in cui non si rendeva necessario imporre una punizione esemplare a un peccatore.
Solo allora apparivano e si rivelavano in tutta la loro gloria.
Gli angeli rimanevano comunque degli esseri piuttosto recenti nel panorama del sovrannaturale. Molto pi antiche erano invece le tre Furie. Mandate dalla da madre, queste vendicatrici avevano un aspetto meraviglioso e terrificante al tempo stesso. Implacabili, popolavano gli incubi delle loro vittime che non potevano sfuggire in alcun modo ai loro terribili poteri.
Vi erano altre creature portatrici di gioia e distruzione che apparivano una sola volta, per portare a termine il loro compito, e poi scomparivano per sempre. Sulla scena dei pi tremendi disastri venivano visti stranieri incappucciati, oggetti inanimati intrisi di strani poteri che causavano disgrazie indicibili, strani insetti emergere dall'aldil per vendicare i morti. Dietro tutti questi mediatori si ergeva il Signre del Caos, l'oscura divinit dai mille nomi e dalle mille forme, il grande artefice dei tormenti e delle torture.

 Un Usurpatore Celeste.
Quando il mondo era governato dalle leggi della magia, esseri sovrannaturali andavano di paese in paese utilizzando i propri inquietanti poteri per far s che giustizia venisse fatta. Erano molto discreti nei movimenti, talvolta addirittura impalpabili.
A seconda delle loro caratteristiche, i sapienti erano in grado di dividerli in diverse categorie che corrispondevano ai gradini di una gerarchia celeste, ingranaggi della potente macchina della giustizia. I poeti li chiamavano spiriti, demoni, messaggeri o jin. La gente semplice, invece, li chiamava angeli e sperava di non incontrarne mai per alcun motivo. Del resto, la vicenda di un grande principe italiano dimostrava che nessuno, nemmeno se di nobile nascita, era esente dal loro spietato giudizio.
Attorno alla figura del principe Roberto di Sicilia si intrecciavano diverse storie. Il suo cuore sembrava essere freddo come il marmo che ricopriva i muri del suo palazzo. La sua arroganza lo portava spesso a comportamenti blasfemi: nelle rare occasioni in cui frequentava la messa, si metteva a sbadigliare durante le preghiere e i canti che onoravano una maest superiore alla sua.
Un giorno, mentre si dedicava ai piaceri della caccia nella sua riserva privata, re Roberto and finalmente incontro al meritato castigo. Accaldato da tutte quelle ore trascorse a massacrare cervi e a rincorrere cinghiali, si ferm a un ruscello dove si tolse gli abiti per immergersi nell'acqua e rinfrescarsi. Quando per riemerse dal bagno ristoratore, si accorse che i suoi servi, i suoi compagni e i suoi abiti erano scomparsi.
Nudo e infuriato, torn al palazzo e si precipit nel salone pronto a una scenata. Le parole colme di furia e odio che aveva preparato per i suoi siniscalchi gli morirono per in gola: rimase assolutamente ammutolito nel vedere che sul suo trono sedeva un altro re, assolutamente identico a lui nell'a spetto, che indossava i suoi abiti e la sua corona.
Ci volle qualche istante perch il re usur pato capisse finalmente cosa era successo e l'enormit di quella impostura. Non c'era infatti modo per Roberto di riuscire a dimostrare che si trattava di un angelo che era venuto a prendere il suo posto e nessuno, a corte, avrebbe mai potuto notare che il re era stato sostituito.
Riprendendosi dal terribile choc, Roberto corse dal suo doppio urlando: "Sono io il re tu sei solo un impostore!".
I soldati del re erano gi pronti a punire l'insolenza di quell'uomo nudo che stavi minacciando il re, ma l'angelo li ferm in tempo.
"Sei solo uno sciocco" disse all'intruso e d'ora in poi sarai il mio giullare di corte. Rasategli la testa e dategli un copricapo con i sonagli come si conviene al suo ruolo. Dategli anche una scimmia come aiutante e consigliera".
Mentre Roberto veniva portato via tra le sue vane proteste da due robuste guardie sent le risate che provenivano dal salone e le grida dei cortigiani che invocavano lunga vita al re.
Cominci cos l'umiliante servizio di Roberto come giullare di corte. Fu messo a dormire su un pagliericcio con una scimmia come unica compagnia.
Piano piano si abitu alla nuova condizione di bersaglio dei lazzi e degli scherzi a corte, ma quando l'angelo lo chiamava a s e gli chiedeva quasi per scherzo "Chi  re?",
lui si alzava con arroganza e rispondeva immancabilmente: "Io, io sono il re".
Quando furono passati quasi tre anni di disgrazia per Roberto, ma di prosperit per il suo regno, Ludovico re di Napoli, fratello di Roberto, invit il suo parente reale per una visita di stato. Il re-angelo diede ordine di preparare il viaggio e impose a Roberto di unirsi alla compagnia nel suo ruolo di giullare di corte.
La gente di Napoli rimase meravigliata nel vedere un monarca di tanta magnificenza servito da un tale splendido corteo e rise di cuore alla vista del giullare che chiudeva la processione insieme alla scimmia.
Durante il pranzo, per, quando l'ospite abbracci colui che credeva essere suo fratello, il giullare non pot pi trattenersi e grid: "Ludovico, guardami, io sono il vero re! Non mi riconosci? Sono tuo fratello Roberto!". Ludovico rise con indulgenza scambiando un'occhiata d'intesa con l'angelo e il povero sciocco deriso fu mandato a mangiare con gli stallieri. Fu in quel preciso momento che Roberto comprese le ragioni profonde della sua disgrazia e fu colto da vero rimorso e pentimento.
Una volta tornati a Palermo, l'angelo gli chiese ancora una volta: "Allora, sei tu il re?". Roberto chin il capo e rispose con tono mite: "No, io sono solo uno sciocco, anzi peggio di uno sciocco; permettimi di ritirarmi in un monastero e fare penitenza per i miei peccati". L'angelo sorrise, riempiendo la stanza di luce radiosa, "Io sono un angelo e tu sei il re".
Roberto fu come accecato per qualche istante e quando riacquist la vista si trov solo, vestito degli abiti regali.
Torn a essere il re e, da quel giorno, govern in modo pi saggio e giusto.

Uno Spirito Maligno per il Mondo
Gli antichi credevano che gli angeli tenessero d'occhio tutti, dai re ai contadini, ma potessero avere talvolta anche una funzione pi sinistra, come scopr Chn Hua-Fng, un contadino dell'antica Cina. Chn stava riposando sotto un albero da dove controllava che le sue mucche non si allontanassero.
All'improvviso si accorse di una figura che si muoveva verso di lui nella foschia provocata dall'afa. "Sembrerebbe un pellegrino" pens Chn. "Chiss perch si copre il capo con quella sciarpa stretta al collo malgrado stia grondando di sudore". Chn invit l'uomo a riposarsi all'ombra e gli sugger di allentare la sciarpa. "Il nodo  facile da sciogliere, ma difficile da rifare" fu l'enigmatica risposta dello straniero che per accett l'invito e si sedette accanto a Chn.
I due trascorsero il pomeriggio conversando. Lo straniero fece capire che aveva attraversato le montagne fino al Fiume Azzurro. A Chn sembr un uomo perbene e molto saggio con cui pot discutere della qualit del suo bestiame.
Per l'occasione, Chn and anche a prendere dalla sua grotta il suo miglior vino, fresco e conservato in giare di raffinata fattura, che entrambi bevvero copiosamente.
Quando arriv il crepuscolo, lo straniero si addorment. Chn rimase assolutamente senza parole quando vide un riflesso di luce provenire dalla testa del suo nuovo amico. In preda a una curiosit irresistibile, si avvicin furtivamente all'uomo e cominci a sciogliere la lunga sciarpa.
Con suo enorme stupore scopr che la luce proveniva da una profonda cavit nella nuca dello straniero e che questa cavit era divisa, come un alveare, in tantissime piccole celle ricoperte da un sottile strato di pelle trasparente. Chn non pot resistere alla tentazione di pungere con una spilla una delle celle per vedere cosa sarebbe successo: accompagnata da un suono usc una piccola testa di mu che si espanse e vol via.
Lo straniero si svegli di colpo e, furioso rivel di essere l'angelo della pestilenza. Portava nella sua testa ogni malattia e poteva colpire uomini o animali. Chn aveva cos liberato la peste per gli armenti e colp tutti i bovini dei dintorni.
Chn supplic un rimedio a quanto aveva provocato. Alla fine l'angelo pronunci il nome di una polvere e aggiunse: "Attento, per, perch i suoi poteri funzioneranno solo se condividerai questa informazkne con gli altri; se cercherai di tenerla per te gli animali continueranno a morire". Poi lo straniero si riannod la sciarpa e si allontan nella luce fioca della sera appena scesa.
Dopo tre giorni tutti gli animali smisero di mangiare e dimagrirono mentre i loro musi si staccavano dal corpo: erano colpiti dalla peste. Chn raccont al fratello, anch'esso allevatore, della cura rivelatagli dall'angelo ma entrambi evitarono di raccontarlo ad altri sperando di arricchirsi grazie al segreto. Tuttavia, mentre il bestiame del fratello presto torn in salute, quello di Chn continu a deperire.
Quando gran parte della sua mandria era ormai morta e non rimanevano che cinque animali, Chn ricord dell'avvertimento dell'angelo; decise quindi di rivelare il segreto della polvere a tutti gli abitanti del villaggio. Da quel momento tutti i bovini tornarono in salute ben presto anche Chn ebbe di nuovo la mandria numerosa e ben pasciuta.

Un Castigo Ineluttabile.
Le punizioni inflitte dagli di del Monte Olimpo ai mortali per crimini di orgoglio o empiet erano spesso tremende e non lasciavano speranze. Eppure, secondo i cantori, non erano n Zeus n Atena i pi temibili dispensatori di castighi, bens tre divinit molto pi antiche che rispondevano al nome di Furie ed erano i tre spiriti femminili della vendetta.
Serve della prima e della pi grande delle de, la Madre Terra, erano cos temute che nemmeno i poeti o i cantastorie, osavano pronunciare il loro nome.
Dalla loro dimora le Furie potevano sentire le grida di tutti i morenti. E sopra le urla e le suppliche, esse udirono distintamente, un giorno, il grido pi terribile: quello di una madre uccisa dal proprio figlio. Era senza dubbio il pi grave dei crimini che si potesse commettere contro la Madre Terra e cos le Furie, fedeli servitrici, emersero dal loro mondo sommerso per punire il colpevole di un tale atto portandolo alla follia e facendogli patire le pi tremende agonie.
Il nome che avevano sentito maledire dalla madre assassinata era quello di Alcmeone, principe di Argo.
Alcmeone era orfano del padre, il prode guerriero Anfiarao che era morto durante la guerra contro Tebe. Il ragazzo era cresciuto ascoltando i racconti della madre sulla battaglia in cui suo padre aveva incontrato la morte. Ci che invece la madre non raccont mai al figlio fu quello che era accaduto prima della partenza per la guerra. Anfiarao aveva il dono di prevedere il futuro e sapeva quindi di non dover partire per la campagna contro la capitale nemica se non voleva perdere la vita. La moglie, per, la bella Erifile, era stata corrotta da un altro soldato, Polinice, che le aveva fatto dono di una splendida veste chiedendole di convincere il marito a partecipare alla guerra. Fu cos che, ricorrendo alle sue doti femminili, Erifile aveva spinto il marito ad andare incontro a morte certa.
Quando Alcmeone raggiunse l'et per indossare l'armatura del suo valoroso padre, i figli di altri eroi sconfitti nella guerra gli chiesero di organizzare una nuova spedizione contro Tebe per vendicare il sangue dei loro genitori. Dopo giorni di indecisione, cerc consiglio e conforto dalla madre.
Erifile lo spron a raccogliere la spada del padre e a portare a termine ci che era rimasto incompiuto, vale a dire la distruzione di Tebe. Mentre pronunciava quei discorsi colmi di patriottismo e di onore guerriero, la donna giocherellava con una collana d'ambra, un dettaglio che Alcmeone not, ma a cui non diede alcuna importanza.
Su ordine della madre, il giovane valoroso si mise a capo dell'esercito di Argo. Nella citt di Tebe, nel frattempo, un oracolo aveva previsto la distruzione della citt.
Spaventati dalla terribile profezia, i Tebani decisero di abbandonare la citt appena videro apparire gli elmi e le armature dei nemici e cos l'esercito di Alcmeone pot conquistare indisturbato la citt e impossessarsi di enormi ricchezze e tesori.
Pur essendo tornato vincitore, Alcmeone cominci ad avere terribili incubi che gli turbavano il sonno. Ogni notte sognava di venire strangolato da una collana d'ambra.
Un giorno sent uno dei suoi soldati, Tesandro, vantarsi ad alta voce di come aveva trascinato Alcmeone nella guerra contro Tebe. Tesandro, come aveva fatto suo padre Polinice, aveva corrotto la vanitosa Erifile perch convincesse suo figlio ad andare in guerra.
L'aveva tentata con una collana d'ambra, proprio come suo padre aveva fatto anni prima con una veste sontuosa.
Senza sapere a cosa credere, Alcmeone si precipit a Delfi per cercare il parere dell'oracolo. Ud allora la voce di Apollo proferirgli che sua madre meritava la morte. Cieco di rabbia e di dolore, Alcmeone accolse il messaggio del dio del Sole come un vero e proprio ordine e si diresse a casa della madre con l'orribile intenzione di portare a termine quello che pensava essere il suo compito. Spalanc la porta del palazzo e corse nella stanza da bagno, dove trov la madre immersa in fresche e profumate acque. La donna, vedendo il figlio avvicinarsi con in mano un pugnale si mise a gridare, ma egli, mosso dall'odio, la pugnal ripetutamente alla gola senza esitazioni. Mentre moriva, Erifile ebbe solo il tempo di pronunciare la sua terribile maledizione: "Possano gli di negarti la pace e il riposo fino a quando la mia morte non verr vendicata".
Come spettri, dal vapore presero forma le tre Furie. Le tre de alate e lucenti assunsero l'aspetto di diavoli dalla testa di cane e dagli occhi iniettati di sangue. Alcmeone si trov costretto a fuggire.
Nella fuga port con s i simboli della vergogna di sua madre: la veste e la collana d'ambra.
Sempre inseguito dalle Furie, Alcmeone viaggi a sud fino a Sofide. L, il re Fegeo lo condusse all'altare di Apollo per compiere i riti sacrificali di purificazione che avrebbero lavato via la sua colpa. Le serve della Madre Terra non erano per tenute a rispettare la legge di Apollo e quando Alcmeone, al colmo della gratitudine, spos la figlia del re, donandole la collana e la veste, esse si vendicarono sulle terre di Sofide portando una terribile carestia. Disperato, Alcmeone ripart per consultare l'oracolo di Delfi. "Trova una terra vergine" gli fu annunciato "che al momento della morte di tua madre Erifile non fosse stata ancora illuminata dal sole. Sar l che troverai serenit".
Fu cos che Alcmeone part per i terreni alluvionali di Acheloo, dio di un fiume della Grecia. In cambio della promessa di matrimonio con sua figlia, Acheloo cre dal nulla un delta di limo al di fuori del territorio appartenuto alla Da Madre, dove i due novelli sposi avrebbero potuto vivere felici.
Le Furie fecero s che la nuova moglie di Alcmeone cominciasse a desiderare la collana e la veste che egli aveva lasciato a Sofide. Guidata senza saperlo dalle Furie, la donna torment il marito a tal punto da costringerlo a ripartire per recuperare i doni tanto agognati. Una volta tornato nella capitale, egli non raccont al re Fegeo del suo nuovo matrimonio, disse invece che le Furie sarebbero state disposte a perdonare il suo crimine in cambio della consacrazione della collana e della veste al tempio di Apollo.
Desiderosa di far riavere all'amato marito la serenit tanto cercata, la figlia del re fu felice di rinunciare ai suoi tesori. Quella stessa notte, mentre Alcmeone si preparava per fuggire senza essere visto con la collana e la veste, le Furie fecero in modo che il suo servo parlasse alle guardie del re della nuova vita del suo padrone sulle rive del delta di Acheloo e della sua nuova sposa. Quando la voce arriv a Fegeo, la rabbia delle Furie si impossess di lui e fece s che ordinasse ai suoi figli di uccidere il genero. Mentre la risata delle Furie risuonava, Alcmeone cadde a terra in una pozza di sangue: le tre vendicatrici poterono cos ritornare a sprofondare nell'aldil.

LA MORTE CHIAMA.
Nei paesi nordici, i corvi nei campi venivano accuratamente evitati in quanto considerati creature del maligno. Questi uccelli si gettavano infatti in picchiata sui topi che cercavano di sfuggire, mangiavano gli occhi agli agnellini appena nati e seguivano i cacciatori per nutrirsi delle loro prede. In realt, per, l'uccello nero veniva anche onorato come un misterioso messaggero di quei poteri invisibili che controllavano la terra.
Una storia islandese racconta di come nel becco di un corvo si sia una volta nascosto il filo a cui erano appese la vita e la morte di alcuni esseri umani. Tutto accadde nel lontano nord dell'isola, dove si trovava la fattoria Skidastadir, ai piedi di un'enorme montagna grigia.
La casa era governata da un avaro che dava ai suoi servitori e alle sue cameriere solo lo stretto necessario per la sopravvivenza, nella casa imperavano cos amarezza e tristezza. I suoi abitanti, per la maggior parte, erano incivili come il padrone e il risentimento dominante dava origine a continui e violenti litigi.
Solo una ragazza faceva eccezione; ere una delle cameriere che lavoravano in cucina e il suo carattere sembrava essere rimasto incontaminato. Era una fanciulla generosa che donava di nascosto ai mendicanti quello che poteva e raccoglieva le briciole di pane dal tavolo per portarle agli uccelli e agli altri animali che d'inverno cercavano il cibo nelle bianche distese di neve.
Un anno arriv un inverno cos rigido che gli animali cominciarono a morire di fame e gli uccelli a cadere dal cielo. Una mattina di gennaio, la ragazza trov sulla soglia di casa un corvo quasi morto di fame e lo nutr con i resti del suo scarso cibo.
Il corvo recuper energie e continu ogni giorno, anche quando il cielo era ormai ricoperto di bagliori d'argento e dei colori della lavanda, a tornare dalla ragazza. Come fosse addomesticato, mangiava le piccole razioni di cereali che lei gli porgeva nel mestolo.
Un pomeriggio, dopo essere arrivato alla finestra della cucina come tutti gli altri giorni, l'uccello rifiut il cibo e si mise a zampettare attorno al mestolo, poi spicc un piccolo volo e si ferm a pochi metri dove prese a saltellare, come se stesse invitando la ragazza a seguirlo.
Incuriosita, la fanciulla esegu lo strano ordine dell'animale sempre tenendo in mano il mestolo. Il corvo, come fosse un gioco, continu a procedere a saltelli, fino a portarla ben oltre il recinto della casa, lontano dalla fattoria. Attraversata l'ampia valle, il corvo si ferm alzando la testa. La ragazza segu il suo sguardo verso i monti che incombevano minacciosi su Skidastadir.
Laggi, sopra i pendii segnati dagli aratri dei contadini, vide uno straniero vestito di bianco che saliva attraverso la boscaglia fin sulla cima della montagna coperta di neve. La figura si ferm e, per un istante, sembr guardare nella sua direzione. Poi alz il suo bastone e colp con forza la parete di roccia.
Con un tuono che sembrava alzarsi dall'inferno stesso, l'intera parte superiore del promontorio si stacc e cominci a rotolare fino a distruggere la fattoria di Skidastadir e tutti coloro che vi abitavano.
Solo la generosa ragazza, che aveva fatto amicizia con il corvo, sopravvisse per raccontare la storia.

 Una Trappola per gli Invidiosi.
Nell'antica Cina, i filosofi pi colti sostenevano che l'intero paese era in realt una sola grande famiglia, con a capo l'imperatore. Il rispetto per i propri genitori era la chiave dell'armonia, perch i litigi tra consanguinei potevano minare le basi dell'intera struttura sociale. L'invidia, in modo particolare, veniva condannata con tutti i mezzi; chi seminava gelosia finiva con il raccogliere il pi terribile dei castighi.
Molti secoli fa, in un giorno d'estate, nella casa di Li-Chuan, vicino al Fiume Giallo, si stavano radunando tutti i familiari e gli amici.
Tre dei suoi quattro figli stavano per sposarsi: il maggiore con la figlia dell'imperatore, il secondo con la figlia di un generale e il terzo con la figlia di un importante ministro del governo.
Erano state invitate centinaia di persone per celebrare la buona sorte della famiglia. I festeggiati e gli invitati si riunirono nel cortile; indossavano le loro vesti pi raffinate e montavano i cavalli pi possenti. La fila di persone si allungava per quasi un miglio e tutto era pronto per la partenza. Solo, non si riusciva a trovare il quarto figlio di Li-Chuan, Chang. Anch'egli, come i fratelli, avrebbe potuto sposarsi quel giorno, ma aveva rifiutato tutte le compagne che gli erano state proposte dal padre.
Si era ritirato nel giardino di ciliegi accanto al fiume, dove, quello stesso giorno, si era perdutamente innamorato. Era andato a passeggio e aveva incontrato una ragazza di nome Feng, figlia di contadini, la cui bellezza, malgrado le misere vesti e l'acconciatura molto semplice, non aveva confronti. Chang le aveva subito chiesto di sposarlo e lei aveva acconsentito.
Il ragazzo decise di recarsi a palazzo per chiedere al padre la benedizione. Sebbene fosse chiaro che gli ospiti stessero ridendo alle spalle di Chang, il padre acconsent senza esitazione. Chang diede ordine imme diato ai servitori perch andassero a prendere Feng con una portantina. Cos, tutti e quattro i fratelli si sposarono con un'unica cerimonia e il banchetto in giardino si pr lungo fino a notte inoltrata.
Il giorno dopo le quattro mogli si trovarono insieme per bere il t sulla terrazza della casa di Li-Chuan. Ognuna port una tazza del proprio t preferito da dividere con le altre. La figlia dell'imperatore aveva il pi raffinato di tutti: il ginseng della Corea, noto per i suoi effetti benefici sulla salute.
La figlia del generale offr del t di crisantemo e la figlia del ministro aveva portato del t all'arancia. La moglie di Chang, invece, arriv solo con delle foglie verdi del pi comune dei t e fu derisa dalle altre donne che non sapevano dei poteri magici di quel l'infuso.
Quella notte, quando Chang entr nella camera da letto, trov sua moglie che tesseva un cavallo di paglia.
"Se vuoi che io rimanga tua moglie" gli disse lei dolcemente "devi andare fino alla casa di mio padre e portarmi una tazza di foglie di t".
Mettendo a tacere tutte le domande del marito con il suo meraviglioso sorriso, gli porse il cavallo di paglia dicendo: "Galoppa lungo il Fiume Giallo verso l'oceano e attraversa le onde che si alzano fino alle terre che sono sull'altra sponda".
Chang obbed. I narratori non rivelarono il modo miracoloso in cui si comp il suo viaggio, ma all'alba l'uomo torn con un'ampia tazza del pi prezioso t ginseng. Feng lo divise con grande serenit con le tre
cognate che cominciarono a provare invidia, ancor pi che disprezzo per Feng.
L'autunno si trasformava lentamente in inverno. Un soffice manto di neve ricopriva la casa di Li-Chuan e uno spesso strato di ghiaccio congelava il lago. Presto arriv l'ultimo giorno dell'anno. Le mogli dei figli accesero l'incenso nel cortile gelato e prepararono i petardi per dare il benvenuto agli spiriti del nuovo anno. Poich il primo giorno dell'anno ci si scambiava per tradizione dei regali tra parenti e amici, la figlia dell'imperatore aveva comprato per ogni cognata un copricapo d'oro che risplendeva di ametiste, rubini e perle. La figlia del generale aveva scelto tre abiti di seta, la figlia del ministro aveva comprato delle ciabattine
in broccato secondo l'ultima moda di Pechino. Feng, invece, non aveva nulla da regalare alle sue cognate. Cos, la mattina all'alba, svegli Chang e lo
fece vestire in fretta e furia dicendogli: "Vai al Fiume Giallo e prendimi la scatola di legno che sta galleggiando vicino alla banchina."
Chang scivol fuori dalla casa e corse attraverso il giardino di ciliegi. Quando arriv al fiume, trov subito una vecchia cassa da The e la port alla
moglie. Quella sera le moglie si scambiarono i regali, i copricapi, le vesti e le ciabattine furono 
accolti da sospiri ed esclamazioni di sorpresa, mentre davanti alla cassa di Feng, le tre mogli pi anziane storsero il naso. La fanciulla allora sollev il coperchio e all'interno apparve una visione che superava ogni possibile immaginazione: una citt in miniatura, pi bella di Pechino, con templi e palazzi, teatri e giardini, mercati, negozi e case.
Le mogli chiamarono i loro mariti e, a una parola di Feng, la scatola magica divenne cos grande che tutti vi poterono entrare e passeggiare per le vie ammirando le piastrelle colorate che splendevano sui tetti dei templi e i pavoni che si mettevano in mostra accanto alle fontane dei palazzi. Si fermarono in un teatro per vedere uno spettacolo di danzatori indiani che si muovevano al suono di flauti, tamburi e cimbali e poi in un altro per ammirare invece gli acrobati mongoli che fluttuavano tra trapezi e cavalli con capriole e giravolte in aria. Nei parchi e nei giardini profumi meravigliosi si spandevano nella brezza della sera come se i fiori di tutte le stagioni fossero fioriti nello stesso istante. Gli elefanti si trastullavano nei prati mentre i colibr volteggiavano al chiaro di luna e dalle auracarie i pappagalli ammiccavano ai passanti.
Mentre i quattro fratelli e le mogli passeggiavano attraverso le bancarelle, i mercanti offrivano loro ogni tipo di bene: profumi dall'India, rubini di Ceylon, spezie sumatre e ambra siamese, argento egiziano, tappeti persiani, lapislazzuli da Samarcanda e giade del Turkenstan.
Poi Feng condusse la comitiva a un ristorante che offriva un meraviglioso banchetto con zuppa di nidi di rondine e lumache al vino, chele di granchio e pinne di squalo, carpe con castagne e anatra selvaggia con lo zenzero, funghi, noodles, gnocchetti e frutta esotica.
A mezzanotte il gruppo lasci il ristorante mentre la scatola magica, piano piano cominci a rimpicciolirsi; gli otto allora uscirono e tornarono nella casa di Li-Chuan. Feng richiuse il coperchio e ripose la cassa in un angolo della sua stanza.
Era ora di andare a letto perch il giorno dopo l'imperatore, il generale e il ministro sarebbero venuti a far visita alla famiglia. A letto, le loro figlie non pensarono per all'incontro con i tre rispettivi padri, ma progettarono un piano per impossessarsi della scatola magica di Feng.
Il primo ad arrivare fu il ministro, in un'elegante carrozza tirata da due robusti cavalli che sbuffavano rumorosamente nel freddo dell'inverno. Il generale arriv subito dopo, in testa alla sua scorta di venti cavalieri che cavalcavano eretti imponenti nelle loro armature in pelle di rinoceronte. A mezzogiorno, le trombe annunciarono l'imperatore. Una guardia di cinquanta uomini a cavallo con gli stendardi accompagnava la carrozza imperiale ai cancelli di Li-Chuan dove alcuni paggi accorsero a portare una scaletta per facilitare la discesa del sovrano. Tutti si inginocchiarono mentre il padre dell'Impero Celeste varcava la soglia della casa di Li-Chuan nella sua veste gialla decorata da dragoni di turchese.
Nemmeno di fronte a tanta cerimonia e sfarzo si riusc a ritardare le voci sulla scatola magica. La figlia del ministro l'aveva gi raccontato al ministro; la figlia del generale aveva informato il generale e adesso la figlia dell'imperatore ne stava sussurrando le meraviglie all'orecchio del padre. Tutti chiesero di avere una dimostrazione immediata della veridicit dei racconti, ma nessuno riusciva a trovare Feng. Fu allora ordinato al marito della ragazza di aprire la cassa. L'imperatore rimase senza parole di fronte alla meraviglia che si apriva davanti ai suoi occhi.
I legami familiari furono subito dimenticati e gli ospiti non poterono pensare ad altro che al modo di impossessarsi della scatola. Il ministro, spinto dalla sua stessa figlia, eman una proclamazione ufficiale secondo cui Li-Chuan veniva bandito dal paese e tutti i suoi beni erano confiscati. Il generale scrisse un ordine al suo vice per far circondare la casa con i suoi uomini. Ancora pi malvagio e privo di scrupoli fu per l'imperatore che ordin alle sue guardie di uccidere tutti i presenti nella stanza. Solo la figlia dell'imperatore fu risparmiata e i due si trovarono ad ammirare estasiati la scatola senza accorgersi della scena di sangue e orrore che li circondava.
Il tempo per loro sembr fermarsi. Non si accorsero che, fuori, l'inverno si stava tramutando in primavera con un'insolita rapidit. Il giardino era rosa di fiori, la neve si stava sciogliendo e il Fiume Giallo stava salendo molto pericolosamente. Non sentirono gli avvertimenti delle guardie imperiali n sentirono l'acqua che sbatteva contro i muri esterni del giardino. Non si accorsero dell'acqua che saliva alle loro caviglie.
La scatola magica si sollev davanti ai loro occhi finch l'imperatore e sua figlia scomparvero sotto le acque e poi fu trascinata via attraverso una finestra aperta e sopra i muri del giardino.
Galleggi fra i rami dei ciliegi e torn infine al Fiume Giallo dove Feng, di nuovo nel suo abito di stracci, osservava la scena. Nella notte, la corrente rapida trascin lontano la cassa, tra le alte onde dei mari cinesi.
Chi arriv a uccidere per avere la cassa meravigliosa scopr presto che il premio ottenuto portava con s un'amara punizione, fatta giustizia, la cassa si ritrasform in un pezzo di legno malmesso che la corrente trascin per il fiume giallo fino all'oceano.

 Un Distillato Speciale.
Una storia giapponese racconta di un vecchio signore, noto per la sua generosit, che viveva sotto il monte dalla cima bianca, il Fujiyama. Sentendo avvicinarsi la propria fine, il vecchio espresse il desiderio di assaggiare un'ultima tazza di sak, il distillato fatto con il riso del suo popolo. Preg allora suo figlio, Koyuri, di procurarsene un poco. Koyuri non sapeva cosa fare poich egli non aveva denaro per comprare del sak e il loro unico vicino, Mimikiko, era un uomo estremamente avaro.
Koyuri vagava sconsolato lungo la spiaggia con il recipiente vuoto, quando vide una scena che lo riemp di speranza. All'ombra di un grande albero, due strane creature banchettavano sulla spiaggia. I loro lunghi capelli incolti erano di un rosso fuoco, la loro pelle era stranamente rosa e i loro abiti succinti lasciavano in mostra le abbondanti pance. Avevano i visi stravolti dalle risate e sembravano il simbolo stesso della gaiezza. Tra i due era sistemata una grande giara di pietra ed entrambi reggevano una coppa che portavano continuamente alle labbra.
Le strane creature chiesero al ragazzo perch sembrasse cos triste in quel mattino cos gioioso. Quando sentirono la storia del padre morente e del suo ultimo desiderio, si spanciarono dalle risate e indicarono la giara. Era colma del miglior distillato di riso che Koyuri avesse mai assaggiato e i due gli riempirono il contenitore fino all'orlo.
A casa, il padre tracann il prezioso liquido con enorme piacere. Per quattro giorni, Koyuri torn a chiederne ancora.
Spieg ai due stranieri che non era mosso da avidit, ma dal fatto che il padre sembrava, grazie alla bevanda, riacquistare la salute; intanto le due creature elargivano il loro bene senza esitare.
Il quinto giorno, mentre tornava con il suo contenitore colmo fino all'orlo fu fermato dall'avaro Mimikiko che aveva osservato i suoi movimenti con crescente curiosit. Quando Mimikiko venne a sapere del sak miracoloso chiese di poterlo assaggiare. Il ragazzo gli porse allora la brocca.
Mimikiko ne annus il contenuto, port la brocca alle labbra e subito cominci a tossire e a sputare il liquido, accusando Koyuri di averlo preso in giro.
Koyuri gli propose di accompagnarlo dai due stranieri e dal loro sak. Essi lo accolsero benevolmente e gli offrirono da bere, ma di nuovo lui si mise a tossire e sput il vino per terra.
Arrabbiato, chiese spiegazioni di quanto era accaduto.
I due festanti si fecero improvvisamente seri e svelarono la loro identit: erano degli shojos, magici abitanti dell'oceano che servivano il grande drago del mare. "Questo sak  una bevanda sacra" spiegarono "che ha un sapore dolce per chi  buono e generoso, mentre assume un sapore orrendo quando viene bevuto da un cuore di pietra e si trasforma in un pericoloso veleno".
Mentre la fronte si bagnava di sudori freddi e lo stomaco si attorcigliava per il dolore, Mimikiko promise di cambiare i suoi modi se lo avessero risparmiato. I shojos non erano esseri crudeli e cos spruzzarono della polvere magica nella coppa dell'uomo che funzion come antidoto. Mimikiko non dimentic mai la sua promessa e divenne generoso e buono come Koyuri e suo padre.

 La fredda luce della giustizia.
Gli antichi credevano fermamente che un'anima ferita e offesa potesse raccogliere in s l'energia sufficiente per emergere dalla tomba e tornare sulla terra a punire il proprio persecutore. Ogni popolo aveva le proprie leggende che raccontavano di questi spettri e in particolare i giapponesi, le cui storie di fantasmi erano pi numerose dei giardini di ciliegio.
 Tanto tempo fa, nel villaggio Funakami, viveva un vecchio contadino di nome Kanshiro. Era un uomo devoto, che ogni estate viaggiava per visitare templi e altri luoghi sacri finch, un anno, l'inverno non lasci pi le sue stanche ossa.
 Con la prospettiva di una futura immobilit decise di intraprendere un ultimo grande pellegrinaggio in tutti i luoghi sacri del paese. I suoi compaesani, prima della partenza, gli diedero una borsa contenente cento yen da offrire al Buddha in nome di tutta la comunit.
 Kanshiro cammin nel terribile caldo estivo per tre giorni finch, malato e sporco, raggiunse il villaggio di Moyojo, dove si trovava il santuario di Ise e dove anche le rocce e gli alberi erano da considerarsi sacri. L, stremato per il lungo viaggio, cerc una sistemazione in un'umile locanda.
Il locandiere, Jimpachi, ascolt con attenzione la storia del pellegrinaggio di Kanshiro e del denaro che portava con s e rassicur il proprio ospite dicendogli di considerare se stesso e i suoi yen al sicuro.
Kanshiro, malato, rimase a letto per cinque giorni, accudito da Jimpachi. La mattina del sesto giorno si alz, pronto per riprendere il viaggio. Ringrazi il locandiere che lo attendeva sulla soglia della porta per restituirgli la borsa con i soldi.
Una volta dentro il santuario, l'uomo apr la borsa e si accorse che gli yen erano scomparsi e al loro posto vi erano solo dei sassi. Kanshiro torn di corsa alla locanda.
 Davanti alle proteste del cliente, Jimpachi si grid offeso e indignato e scaravent l'indesiderato ospite in mezzo alla strada. Kanshiro riprese allora zoppicando il cammino verso casa per raccontare ai suoi concittadini quanto era successo.
 
Uno Straniero ai festeggiamenti.
Talvolta i castigatori assumevano un aspetto mite e insospettabile che ingannava le vittime, convinte di essere al sicuro fino a quando non giungeva la terribile punizione. Nessuno poteva immaginare cosa vedessero i sofferenti negli ultimi angosciosi momenti prima della morte.
Tutto ci che rimaneva, dopo l'apparizione di uno dei vendicatori infernali, era una disgustosa traccia di zolfo che rimaneva sospesa nell'aria e una risata diabolica che continuava a riecheggiare per un certo tempo nelle orecchie dei sopravvissuti.
I pettegoli del villaggio di Stanton Drew, nella verde campagna dell'Inghilterra, si guardavano cautamente alle spalle quando ricordavano certi sinistri e misteriosi eventi che avevano avuto luogo in una sera di giugno di qualche secolo prima.
Si narrava la storia di una festa di matrimonio, iniziata come tutte le altre, con la benedizione della coppia seguita da un banchetto all'aperto.
Finite le celebrazioni di carattere religioso, la sposa e lo sposo accompagnarono gli amici e i familiari attraverso i campi fino alle tavole imbandite disposte all'ombra di alcuni olmi secolari. La compagnia mangi dolci di mele ricoperti da una densa crema gialla e bevve del sidro fino a farsi girare la testa. Tra un brindisi e l'altro si raccontavano battute spinte e si scherzava sulla dura sfida che avrebbe atteso lo sposo durante la prima notte di nozze.
Dopo il pasto, la sposa, in preda all'eccitamento dei festeggiamenti, condusse una serie di danze. L'arpista del villaggio pizzicava le corde del suo strumento per dare il giusto ritmo ai balli preferiti dei compaesani: reel, gighe e quadriglie.
Si aprivano barili su barili di sidro mentre la piccola progenie nata dai matrimoni di qualche anno prima giocava e strillava fino ad addormentarsi, esausta, sotto i tavoli di legno. Tutti gli adulti invece, mariti, mogli, scapoli e vergini, continuarono a ballare, eccetto per quelle coppie che, furtive, scomparivano tra gli alberi per qualche tempo e tornavano poi sorridendo mano nella mano.
La luce del tramonto estivo presto scomparve e si accese un grande fuoco che allungava le ombre dei festanti impegnati in piroette e balzi di ogni genere. Tutt'a un tratto, per, l'arpista inton un'unica nota molto acuta e ferm lo strumento. I danzatori, delusi, si fermarono e si misero a protestare perch volevano altra musica.
L'uomo scosse il capo. "Per questa sera basta cos" rispose. "Il sole  ormai tramontato ed  iniziato il giorno del Signore, che  sacro. Ogni cosa ha il suo tempo e il suo luogo, il settimo giorno  quello del Signore e comporta degli obblighi per noi.  finito il tempo dei festeggiamenti ed  iniziato quello della preghiera".
I presenti lo pregarono di non essere cos rigido. La notte era calda, l'aria leggera e piacevole e la festa era appena iniziata. Qualcuno not che il suo boccale era vuoto e lo riemp fino all'orlo per incoraggiarlo a rimanere. Il musicista, per, lo allontan con mano ferma. Allora tentarono di convincerlo con una borsa piena di argento sonante da aggiungere alla somma che gi aveva ricevuto per i suoi servigi, ma lui rispose con una semplice scrollata di spalle e continu a mettere via il suo strumento. "Solo un'altra canzone" insistette lo sposo, mentre i suoi amici passavano da una lusinga a una offesa, ma niente sembrava fargli cambiare idea. Le amiche della sposa lo rimproveravano con le mani sui
fianchi e pestando i piedi. La sposa, che si era lasciata trascinare dalle danze pi di chiunque altro, si fece sempre pi insistente fino a perdere la pazienza. "Dannato musicista" grid "stai rovinando la festa di quello che dovrebbe essere il giorno pi bello della mia vita".
Niente di tutto questo serv a smuovere il musicista che alzandosi disse: "Vado a casa a dormire e pregare, come dovreste fare anche tutti voi".
Gli invitati lo scacciarono dal boschetto di olmi con ingiurie di ogni tipo.
La giovane sposa era fuori di s. "Trover un altro musicista per la mia festa" grid, "un musicista ancora pi bravo, a costo di finire all'inferno".
Proprio mentre l'arpista percorreva il sentiero che portava al villaggio, uno straniero, che camminava in senso opposto, gli pass a fianco e raggiunse presto i festanti.
"Perch una banda di giovani vestiti E festa come voi ha dipinta sul volto un'e spressione tanto triste?" chiese lo straniero Essi spiegarono la loro situazione indicando la
figura distante del musicista che si allontanava tra i campi e dissero che la festa era stata rovinata proprio sul pi bello.
Il nuovo venuto sorrise e disse: "Ho io la soluzione per voi". Poi estrasse un flauto da sotto il mantello, si sedette e cominci a intonare le note di un vivace reel. La folla, entusiasta, riprese le danze. Pi il ritmo si faceva fuorsennato, pi i loro piedi si muovevano con rapidit. Le ore passarono come minuti. Le note del flauto, mai udite prima, riempivano il boschetto e costringevano i danzatori a strani passi e strane figure.
Quando per cercarono di riposarsi per la stanchezza, scoprirono che non erano pi in grado di fermarsi. Il flautista li teneva in pugno con un incantesimo. Con i volti stravolti dalla paura e dalla fatica, pregarono il musicista di liberarli e farli fermare. Lui, come risposta, si limit a sorridere e continu a suonare.
Alla fine, il fuoco si spense con le ultime braci e il cielo cominci a rigarsi dei colori del mattino. I festanti potevano sentire, pi acute delle note del flautista, i cinguetti degli uccellini. Solo quando i primi raggi di sole penetrarono attraverso i rami degli olmi, il flautista ripose il suo strumento.
I danzanti caddero al suolo. Dopo qualche istante si ud il grido della sposa che aveva visto, alla luce dell'alba, le corna che sporgevano dalla testa dello straniero, il bordo color ebano di uno zoccolo fesso, il lieve dondolare di una coda appuntita, gli occhi vuoti. I peccatori che avevano trasgredito il giorno del Signore rimasero paralizzati dall'orrore.
Ancora pi terribile fu la scoperta che fecero gli altri abitanti del villaggio. I festaioli scomparsi vennero infatti trovati nel bosco di olmi, ancora in circolo, come se stessero danzando, ma trasformati in pietre immobili.

UNA GIUSTIZIA SENZA APPELLO.

In un mondo dominato dalle forze oscure, le storie sulla giustizia magica creavano l'immagine di un universo ordinato e giusto. Molti erano i racconti che avevano come protagoniste coppie di fratelli o sorelle - uno buono e uno cattivo - che venivano sottoposte a una serie di prove di carattere morale.
In uno di essi, l'eterno dualismo veniva rappresentato da una coppia di sorellastre. La figlia adottiva era dolce e industriosa, mentre l'altra era pigra e irrispettosa, sebbene agli occhi della madre non commettesse mai alcun errore. In un giorno estivo, le due ragazze si erano messe a filare, con le loro rocche accanto al pozzo. Per far trascorrere meglio il tempo, decisero di fare una gara. Chi avesse rotto per prima il filo per punizione sarebbe dovuta scendere nel pozzo.
Per favorire la figlia naturale, la madre si assicur che la maldestra ragazza avesse il lino migliore, mentre alla figliastra dalle agili dita diede delle setole ispide. Come prevedibile, non ci volle molto perch il filo della ragazza, malgrado la sua maestria, si rompesse. Senza protestare, la figlia adottiva si accinse a scendere nel pozzo.
Il pozzo, per, riservava delle sorprese. Quando la fanciulla smise di scendere si trov in una terra di prati e montagne.
Presto scopr la natura aliena che si celava sotto l'aspetto comune del panorama.
Innanzitutto, si trov la via sbarrata da una siepe che Inizi a parlare: "Ti prego, passa con delicatezza, stando attenta a non rovinare il mio fogliame". Scioccata, la ragazza esaud la richiesta e scivol di lato senza muovere neanche un rametto. La pianta, in segno di gratitudine, le promise il suo aiuto se mai ne avesse avuto bisogno.
Incontr poi una mucca con un secchio per la mungitura appeso a una delle corna. L'animale si avvicin rivolgendosi a lei con voce umana: "Per favore, potresti mungermi e mettere il latte nel secchio appeso alla mia testa?". La ragazza esaud la richiesta.
Vide poi una pecora che stava soffocando per il caldo sotto il suo folto manto di lana. "Ti prego" la supplic l'animale "tagliami il vello con le forbici che sono appese alle mie corna". La fanciulla tos l'animale e poi ripose le forbici dove le aveva trovate. Non aveva fatto molta altra strada quando le rivolse la parola un melo carico di frutti: "Potresti liberarmi da tutto il peso che piega i miei rami? Se mi farai un simile favore potrai poi mangiare tutti i frutti che desideri". Con una lunga asta che aveva trovato fece delicatamente cadere tutte le mele che non riusciva a raggiungere con le mani, ne mangi alcune e ripose le altre ai piedi dell'albero.
Giunse poi a un'enorme fattoria dove si ferm a cercare lavoro per guadagnarsi da mangiare. La casa apparteneva a una strega i cui lineamenti rugosi e il cui orribile aspetto la rendevano chiaramente riconoscibile come membro della trib dei troll.
La strega sottopose la ragazza a tre prove: doveva raccogliere dell'acqua con un setaccio, pulire una stalla di mucche grande come una prateria e, infine, lavare un vello nero fino a farlo diventare bianco. Se avesse fallito avrebbe subito un terribile castigo.
Per rispondere agli oscuri poteri della vecchia, la ragazza trov a sua disposizione poteri altrettanto magici. Furono alcune rondini, venerate nell'antichit come uccelli di virt e fortuna, che la aiutarono a portare a termine quei compiti impossibili: le misero infatti del gesso nel setaccio, l'aiutarono a pulire la stalla con scope magiche e immersero il vello nero in un'acqua incantata.
Anche se malvolentieri, la strega fu costretta a ripagarla dei servigi che le aveva reso, e cos la mise davanti a tre bauli. Gli uccelli che volteggiavano l sopra le fecero capire che l'offerta nascondeva delle spiacevoli sorprese e le indicarono quale dei bauli dovesse scegliere. Lei prese il pi semplice di tutti e si diede alla fuga, rincorsa dalla strega che per riavere il suo baule era pronta a ucciderla. Le creature a cui aveva dato aiuto in precedenza - la siepe parlante, la mucca, la pecora e l'albero - le offrirono per ognuna un nascondiglio sicuro.
Sempre correndo ritrov l'imbocco del pozzo e riusc a tornare da dove era venuta. Ben lontana dall'essere felice di rivederla, la matrigna la costrinse a dormire nel porcile senza darle spiegazioni. Una volta sola, senza perdersi d'animo, la ragazza apr finalmente il baule. Come per
incanto, lo squallido e fangoso posto dove era costretta a vivere cominci a risplendere di perle, gioielli, oro, argento e altri tesori.
In preda a una cieca invidia, la sorellastra si mise in cerca della stessa fortuna. Scese quindi nel pozzo e si trov nelle stesse verdi praterie. La aspettavano delle prove identiche, che lei affront in modo decisamente diverso. Quando arriv alla siepe, invece di dare ascolto alle sue richieste si fece strada in modo brusco rompendone molti rami. Quando incontr la mucca, bevve tutto il latte gettando via il secchio invece di riporlo nel corno come aveva fatto la sua sorellastra. E lo stesso accadde con la pecora che tos in modo tanto affrettato e approssimativo da ferire l'animale in pi punti, nemmeno all'albero di mele and molto meglio: la ragazza si mangi tutti i frutti che poteva raggiungere e poi fece cadere le altre con una tale violenza che ruppe qualche ramo.
Quando raggiunse la fattoria, dovette lungamente protestare per farsi affidare i lavori dalla vecchia.
Affront gli stessi compiti della sorella, ma il suo orgoglio le imped di accettare l'aiuto delle rondini che scacci via lanciando loro delle pietre e del gesso. Perse cos ogni possibilit di superare le prove della strega.
Alla fine, tuttavia, la vecchia, pur di liberarsi di quell'incapace, le offr lo stesso la scelta tra i tre bauli. Gli uccelli tornarono per indicarle quale dovesse scegliere, ma lei non si accorse nemmeno del loro intervento.
Invece scelse il pi sfarzoso dei tre e si mise in cammino per tornare a casa. Uscita di nuovo dal pozzo, la giovane mostr con orgoglio il baule alla madre. Quando lo portarono in casa e l'aprirono, il ghigno dell'avarizia si trasform in un'espressione di orrore. Dal baule non usc alcun gioiello o pietra preziosa, ma un'orribile e spaventosa ressa di pipistrelli e serpenti.
Mentre le stanze della sorellastra brillavano di gemme e tesori, la sua camera si riemp di uova di rana, escrementi di roditori e pelli di serpenti. Madre e figlia cominciarono ad accusarsi reciprocamente dell'accaduto e presto alla ragazza fu impossibile aprire bocca senza che ne uscissero serpi orrendi. In breve tempo si trov sola, poich pi nessuno, nemmeno sua madre, riusc a sostenere il suo sguardo.
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FINE.
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RINGRAZIAMENTI.
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Gli autori desiderano ringraziare le seguenti persone e istituzioni per la loro assistenza nella preparazione di questo volume: Guy Andrews, Londra; Charles Boyle, Londra; Mike Brown, Londra; John Qaisford, Londra; Fred Qrunfeld, Maiorca, Spagna; rtorman Kolpas, Los
Angeles; Lea Lasko, Kensington and Chelsea Central Library, Londra; Ceia March, Londra; Robin Olson, Londra; Marian Smith Holmes, Londra; Christopher Spring, Museum of Mankind, Londra; Tate Gallery, Londra; Deborah Thompson, Londra.
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FINE.